Lucy

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La sventurata studentessa Lucy (Scarlett Johansson) è costretta dal suo fidanzato a consegnare ad un gruppo di malavitosi una valigetta contenente della droga. Il capobanda Kang (Min-sik Choi) tende un agguato e la rapisce, dopo aver trucidato all’’istante il suo ragazzo. Obbligata con la forza a fare da corriere della droga, viene operata chirurgicamente e all’interno del suo stomaco le inseriscono una sacca contenente una speciale droga blu, che a seguito di un pestaggio finisce per tracimare all’interno del suo organismo donandole incredibili poteri fisici e mentali. Decide così di mettersi in viaggio partendo da Taipei, per passare poi tra Berlino, Roma e Parigi, dove con l’aiuto del prof. Samuel Norman (Morgan Freeman) può mettere a punto i suoi sconcertanti piani di vendetta.

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E meno male che il Besson di “Nikita” e “Léon” aveva deciso di non farne più di film! Torna in grande stile, e in grande forma, con “Lucy”, fuorviante parabola tecnologica sci-fi agitata nell’action. Ciò che colpisce già nell’arco di una manciata di minuti è il pathos per mezzo del quale, il regista, sceneggiatore e produttore francese riesce a costruire un marchingegno ad orologeria, superficialmente caotico, in realtà ben strutturato e ricco in maniera mirabile – prodigiosa è la tecnica del film – di effetti speciali, tarati in maniera esemplare attraverso un vero e proprio linguaggio a sé stante del montaggio. Come già ci aveva insegnato nei sopracitati film – di gran lunga i più riusciti della sua carriera (cominciata nel 1983 con “Le dernier combat”) – la tensione è il suo inconfondibile marchio di fabbrica, in grado di divampare furoreggiando ad ogni azione o svolta del film, dentro e per mezzo dei suoi personaggi, impietosi killer costretti ad avere a che fare con donne apparentemente inoffensive (sotto questo aspetto se la batte ferocemente con Abel Ferrara). Il cinema di Besson è un concertato di adrenalina che nel caso di “Lucy”, deve molto, appunto, al montaggio, vortice ipnotico di sensorialità inclini a tessiture visive e psicologiche coerentemente innervate dentro teorie neuro-scientifiche. Besson, consapevolmente, frusta e fa rincorrere componenti antitetiche a livello di generi (vi sono riccamente amalgamati codici del gangster-movie e dell’action, dei film fumettari sui supereroi e dello sci-fi), sconquassandone le fondamenta nelle loro esteriorità, con l’obiettivo di non lasciare punti di riferimento certi, se non scientificamente provati a livello teorico (Lucy, ad esempio, è il nome del celebre esemplare femmina Australopithecus ritrovato nel 1973 e infatti ne vediamo una ricostruzione proprio all’inizio del film). Per dare risalto alla storia del film serviva un’interpretazione che potesse donare vigore e forza espressiva al ruolo di Lucy, e Scarlett Johansson riesce a darle quel quid necessario attraverso tutto il corpo nelle sue esemplari movenze recitative, superando la prova in maniera convincente dopo la straordinaria performance vocale compiuta in “Her”. Sta di fatto che alcune sequenze non possono non riportare alla mente diverse acrobazie stratosferiche compiute da Nolan e dal suo team in “Inception” (nella fattispecie la scena all’interno del corridoio dell’ospedale e il lungo inseguimento in macchina per le vie di Parigi, girato nell’arco di tre giorni), mentre il caos, dal punto di vista iconico, tende a sporgersi rispetto all’ordine che lo stesso metodico caos ha dato l’impressione di poter controllare per tutto il film, specie sul finale, che sembra smarrire parte di quanto detto ed esposto tramite il preponderante impatto visivo. Ci sono voluti dieci anni prima che Besson riuscisse a realizzare questo film, dieci anni di ricerche e di svolte inaspettate, prima che lo script prendesse forma, sostanza e vita.

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