Gone Girl

GoneGirl

Nick e Amy Dunne sono sposati ma qualcosa nella loro vita di coppia non funziona come dovrebbe. Giunti al quinto anno di anniversario, la donna scompare senza lasciare traccia di sé. La stampa si accanisce sulla vita del marito che secondo la polizia nasconde qualcosa. Ma la verità è un’altra e quando viene a galla, un teatrino mediatico di vaste proporzioni è pronto a lanciarsi contro colui che è ignaro della macchinazione sagacemente ordita ai suoi danni.

Gone-Girl AffleckIl nuovo film di uno dei più grandi registi americani degli ultimi vent’anni è tratto dall’omonimo romanzo di Gillian Flynn che cura personalmente anche la sceneggiatura, mentre Trent Reznor e Atticus Ross rinnovano la collaborazione con il regista dopo Millennium, suggellato precedentemente nel magnifico lavoro svolto in The Social Network. Ben Affleck, nel ruolo di Nick, ossequia il ruolo con accondiscendenza, mentre Rosamund Pike, che per la parte l’ha spuntata da un novero di grandi attrici, eccelle in quello della fedifraga dalle fiorenti psicopatologie. Novella Kim Novak, la Pike che visse due volte, fa emergere l’orrore dall’apparente ordinarietà, tran-tran dove tutti gli indizi sembrano condurre alla colpevolezza del sig. Dunne. La bravura con cui Gillian Flynn e David Fincher riescono ad arricchire questo significativo giallo di una patina evidente di torbidezza (più sotto il segno di De Palma che in quello di Hitchcock), attraverso tutta una serie di piste e di depistaggi dosati e costruiti a regola d’arte, rende questo film come uno dei migliori del regista e sicuramente uno dei film dell’anno. Soltanto la gestione delle tempistiche delle svolte narrative lascia un po’ perplessi, la prima grande verità giunge forse un po’ troppo in anticipo anche se serve a spiazzare dopo aver dato il giusto peso alla teoria secondo la quale Nick Dunne sia colpevole di un reato più grande di quello di una semplice scappatella con una studentessa, e l’apparente risoluzione del conflitto finale dà fin troppo margine agli effetti di un cambio di volta certo inatteso, che la scrittrice e sceneggiatrice e Fincher condiscono di troppi dettagli asserragliati alla rinfusa nel minor tempo possibile, come una corsa contro una chiusura che incombe e che invece avrebbe potuto, dovuto lasciare spazio a qualcosa di più o meglio a qualcosa di meno, atto di sospensione delle ingannevoli risultanti. Ma queste stonature (la presunta prolissità di Zodiac si rivela invece, soprattutto dopo la visione di Gone Girl, un valore aggiunto anche in termini proprio di svolte narrative) non inficiano di molto i meriti del film che va sagacemente al di la del genere, per offrire una disanima velata sulla morte del matrimonio e sulla manipolazione mediatica a favore dello spettacolo menagramo del dolore privato altrui; un dolore intimo e angoscioso quello di Nick Dunne che certamente ci appartiene e ci fa immedesimare nelle torture psicologiche che quest’uomo è costretto a subire, in pasto alla stampa, al bieco giornalismo. La sua vita diventa terribilmente similare a uno di quei reality che si vedono in televisione, dei quali Fincher ci offre una visione ironica spietata, stemperando più volte, specie nella seconda parte del film, l’aria tesa che si respira sin dalle primissime indagini. Gone Girl è l’occhio di spessore nella lente d’ingrandimento della grande menzogna del matrimonio, ma anche della fama che cannibalizza l’individuo riducendolo ad una marionetta nelle brame del potere.rosamund gone girl      

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