Nightcrawler

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Improvvisarsi reporter d’assalto non è cosa da tutti. Ci vuole coraggio e una sana dose di scaltrezza, una mano abile, agilità, ambizione, sfrontatezza, cinismo. Tutte peculiarità che Lou Bloom, senza un lavoro da tempo, sfrutta a proprio vantaggio per la scalata al successo. S’inventa un  lavoro per sé ed inizia a farlo di notte, nelle lunghe e larghe strade incidentate di Los Angeles, a caccia dello svoltante scoop. Filma le vittime d’incidenti mortali o comunque gravi, incendi, rapine e porta il materiale video ad un’emittente televisiva che subito lo assume, complice anche la curiosità prima, l’interesse poi, della direttrice Nina che con l’aggiungersi di nuovi e fruttuosi incarichi, gli aumenta la paga. Per questa ragione, Lou assume un aiutante, Rick, giovane ragazzo di origini pakistane che disperato, si affianca all’attività di Lou che presto diventa criminosa. La bramosia di denaro e di notorietà, come spesso accade, e di certo non solo sugli schermi cinematografici, lo conduce alla follia, risultante della famelica spietatezza. Quando diviene ignaro testimone di un triplice omicidio all’interno di un villino sulle colline di Los Angeles, allora il suo lavoro diventa sempre più pericoloso. Pur di raggiungere i propri obiettivi, Lou non ha paura di rischiare la vita. Un personaggio così oscuro, Jake Gyllenhaal non l’aveva mai interpretato, ne aveva interpretati di tormentati (vedi Donnie DarkoJarhead o in maniera ancora più incisiva in Zodiac), e per questo notevole ruolo (forse il più incisivo della sua giovine carriera) ha dovuto perdere dieci chili. Con il volto smilzo, lo sguardo svuotato e quantunque graffiante, icastico, punta dritto al proprio obiettivo e come un vero e proprio sciacallo (Lo sciacallo è il titolo italiano) non guarda in faccia nessuno e non lascia spazio alle intemperanze che distolgono l’attenzione dall’obiettivo finale. Fra i suoi obiettivi c’è anche quello di portarsi a letto l’intrigante direttrice Nina, interpretata da Rene Russo (moglie del regista) che nel lavoro lo incita con disinvoltura.

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Dan Gilroy, sceneggiatore e regista del film, fa lo stesso percorso di Lou, punta dritto all’obiettivo finale, intrattenendo, scuotendo e facendo riflettere al contempo, senza remora alcuna. Ne risulta un’opera prima pregevole, incalzante e spietata che attraversa iconicamente gran parte del notturno cinema americano degli anni ’80, puntando ad un realismo oscuro tanto quanto il suo protagonista, ma anche al delirio onnipresente e ossessivo degli sperduti personaggi del film Crash di David Cronenberg; realismo che fa pensare a certi personaggi del cinema di Michael Mann, Martin Scorsese o Walter Hill (nelle sequenze d’azione viene in mente Driver l’imprendibile). Ma forse è in un film belga, Il cameraman e l’assassino del 1992, che l’esordiente Gilroy guarda con più circospezione: una troupe televisiva segue giorno e notte un assassino che con fare meticoloso spiega i trucchi del proprio “mestiere” agli operatori, quindi al pubblico stesso, che si sente compartecipe delle malefatte del personaggio, e in funzione di questo, la troupe che lo assiste ne diviene complice consapevole, proprio come il pubblico. Seppur annacquato da una matrice stilistica molto più ricercata e faticosa, il film di Rémy Belvaux, André Bonzel e Benoît Poelvoorde ricorda fortemente la parabola di Lou che da testimone si trasforma poco a poco a complice, nonché responsabile di quanto va filmando e vendendo. Il suo obiettivo, quindi, non è più quello di avere un posto nella società attraverso un lavoro sicuro, ma piuttosto è quello di raggiungerne le vette più alte, senza scrupolo alcuno e a discapito dei deboli o degli squali più piccoli. La metafora meta-filmica, voyeuristica dell’assunto del film, quanto più legata all’attualità delle potenzialità del web dove tutti possono diventare protagonisti da un giorno all’altro (basta avere una piccola videocamera o un videofonino da due soldi), è trattata in maniera appropriata, efficace, tagliente, ragionevolmente insediata nelle trame del thriller e nelle sottotrame del noir esteso all’action. L’epilogo, che non lascia spazio all’ottimismo, ci sbatte contro come un’automobile a cento l’ora, senza offrire giusta ricompensa alla sana voglia di giustizia. Il mondo va a rotoli, specie di notte. Ma è solo alle prime luci dell’alba che tutto diventa chiaro e cosciente. Basta mettersi gli occhiali da sole come fa Lou ed estraniarsi ammirevolmente dalla verità. Può far male, ma in fin dei conti la notte è appena passata e si è appena trasformata in nuovo giorno.

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