Breviario filosofico cinematografico

cinema

Il pittorico realismo di Louis Lumière, le magiche metamorfosi del mago Georges Méliès, l’artisticità potente di Abel Gance, l’evoluzione pionieristica di Allan Dwan, la sinfonia visiva di Germaine Dulac, l’imponderabile fotogenia di Jean Epstein, l’intelligenza cinematografica di Marcel L’Herbier, la grandezza creativa di Sergej M. Ejzenstein, l’adulta classicità di David W. Griffith, la malinconica saggezza di Friedrich W. Murnau, l’elegante varianza di Ernst Lubitsch, la moderna imperturbabilità di Buster Keaton, l’immensità umanista di John Ford, la spirituale inattualità di Carl Theodor Dreyer, la straziante comicità di Charles Chaplin, la trasparente lucentezza di René Clair, la favolistica ipoteticità di Frank Capra, l’incubo ricreato di Fritz Lang, l’ineffabile umanità di Erich Von Stroheim, la muta geometria di Jacques Tati, la cristallina novità di King Vidor, la forma inquieta di Alfred Hitchcock, la purezza stilistica di Howard Hawks, la visione labirintica di Orson Welles, l’eleganza tragica di Kenji Mizoguchi, lo sguardo incantato di Michelangelo Antonioni, la complice lucidità di Jacques Becker, la tensione desiderante di Luis Buñuel, l’epopea melodrammatica di Luchino Visconti, la trasparente classicità di Mario Camerini, la visionaria poeticità di Federico Fellini, l’invidiabile filoginia di George Cukor, la disperata vitalità di Pier Paolo Pasolini, la solitudine silenziosa di Ingmar Bergman, la grazia inattesa di Robert Bresson, la robusta spettacolarità di Alessandro Blasetti, il disorientamento provocato di Roberto Rossellini, la seducente naturalezza di Jean Renoir, l’innocenza sentimentale di David Lean, la fragorosa dinamicità dei fratelli Marx, l’ironia morale di Billy Wilder, la pittorica musicalità di Vincente Minnelli, il piacere della finzione di Max Ophüls, l’estasi immaginifica di Jean Vigo, il delirio barocco di Josef Von Sternberg, la schiva contemplatività di Jasujiro Ozu, il realismo meraviglioso di De Sica e Zavattini; e ancora: la riscrittura militante di Jean-Luc Godard e quella classica di Steven Spielberg, l’eleganza sovversiva di Blake Edwards, la memoria immobile di Peter Bogdanovich, l’intrigo obliquo di Roman Polanski, l’ambigua perplessità di John Cassavetes, il gusto della bellezza di Eric Rohmer, la metafora ossessiva di Martin Scorsese, la regia eccessiva di Francis Ford Coppola, il mondo fatato di Stanley Donen e Gene Kelly, la satira pulita di Pietro Germi, la fiaba cantata di Jacques Demy, il visibile invisibile di Krzysztof Kieslowski, la passione dell’occhio di François Truffaut, le crude allegorie di Stanley Kubrick, gli epici racconti di Akira Kurosawa, l’energia contemplativa di Andrej Tarkovskij, la stilizzata ispirazione di Valerio Zurlini, la leggerezza espressiva di Luigi Comencini, il fantastico suggerito di Michael Cimino, il grottesco meditato di Marco Ferreri, la scintillante originalità di Preston Sturges, le tragiche variazioni del vivere di Jean Eustache, la trattenuta emotività di Leo McCarey, la memoria immaginante di Alain Resnais, la passione epica di Giuseppe De Santis e di Gianni Amelio, l’epopea malinconica di Sergio Leone, l’irruzione libertaria di Marco Bellocchio, la danzata storicità di Miklós Jancsó, la mortale astrazione di Robert Siodmak, la strategia della ricerca di Bernardo Bertolucci, l’ironica specularità di Mario Monicelli, la sommessa rapsodia di Ermanno Olmi, l’anima e il sogno di Robert Altman, il turbamento rivoluzionario di Gillo Pontecorvo, la crepuscolare eroicità di Budd Boetticher, Samuel Fuller e Clint Eastwood, la maestria fantastica di Dario Argento, i mosaici di ragione di Francesco Rosi, l’umanesimo intensificato di Sydney Pollack, la forza utopica di Paolo & Vittorio Taviani, lo sperimentalismo rivoluzionario di Dziga Vertov, la scrittura della crisi di Louis Malle, il fascino dell’apparenza di Claude Chabrol, la ruvida energia di Robert Aldrich e Don Siegel, il nomadismo solidale di Gabriele Salvatores, la realtà trasfigurante di Giuseppe Tornatore, la visione radicale di Joseph Losey, la problematicità del potere di Elio Petri, l’ambigua verità della messinscena di Wim Wenders, la meditazione iperreale di Lina Wertmuller, il vivere frantumato di Carlos Saura, la commedia consapevole di Ettore Scola, il rimpianto solidale di Anthony Mann, la soggettività ricomposta di Abbas Kiarostami, la grazia impalpabile di Alberto Lattuada, la poetica potente di Andrzej Wajda, l’elegiaca simbologia di Sergej Paradzanov, l’idea come forma di Peter Greenaway, l’acre ironia di Dino Risi.

Scritti di Vittorio Giacci

La virtuosa riscrittura di Brian De Palma, la salda compostezza di Otto Preminger, il focoso sgretolamento delle passioni di Douglas Sirk, il pittorico caramello di Michael Powell & Emric Pressburger, la vibrante suggellatività di John Huston, la crudele obiettività di Henri-Georges Clouzot, la precisione geometrica di Jean-Pierre Melville, la pesante leggerezza di Antonio Pietrangeli, la cinica verità sociologica di Sidney Lumet, l’esaustività generazionale di Arthur Penn, la ritualità distruttiva di Nagisa Oshima, la scomposta e feroce lividezza di Marco Ferreri, il favolistico brivido ottico di Mario Bava, l’eterogeneità sorprendente di John Schlesinger, l’anarchismo sputato di Lindsay Anderson, la multiforme insofferente poesia di Jerzy Skolimowski, la giusta e toccante centralità tematica di Milos Forman, la ferma e sicura reazionarietà di William Friedkin, il terapeutico e metropolitano sorriso ammazza-fobie di Woody Allen, la gaudiente e folle comicità di Mel Brooks, il realismo documentato e purificante di Ken Loach, il pirotecnico furore carnevalesco di Ken Russell, l’erotismo affiatato di Walerian Borowczyk, la pedante coscienza attitudinale di Rainer Werner Fassbinder, le pulsioni esplorative di Werner Herzog, la viscerale esplosività implosa di David Cronenberg, la circolare sistematicità di Theo Anghelopoulos, la discorsività umanizzante e illuminante di Mike Leigh, l’aleatorietà sentitamente vivida e cristallizzante di Terrence Malick, la sprizzante anticonformità di John Landis, la fedele combattività di Oliver Stone, la capitalizzante rivoluzionarietà di Ridley Scott, l’infantile maturità di John Carpenter, il flusso acrobatico di John Woo, la stigmatizzante azione di Walter Hill, la surreale e animalesca follia di Terry Gilliam, l’allucinante offuscamento dei sensi e delle verità di David Lynch, la macchina-spettacolo di James Cameron, Robert Zemeckis e Peter Jackson, i cartoni-filmati di Joe Dante, la pesantezza scorrevole di Bela Tarr, la lucida e naturale poesia di Franco Piavoli, la schietta e furibonda acidità di Abel Ferrara, la potente e vellutata classe notturna di Michael Mann, la muliebre e bozzettistica famiglia di Pedro Almodovar, la virile e burrascosa femminilità di Kathryn Bigelow, la infiltrante giocosità dei fratelli Coen, la sbandierante difesa all-black di Spike Lee, la favolistica ombrosa mania di Tim Burton, l’iconoclasta ferocia contenutistica/stilistica di Lars Von Trier, il giovanile fermento di Gus Van Sant, il composto agghiacciante quadro di Aki Kaurismaki, il filosofico intrigo meditativo di Aleksandr Sokurov, l’impianto maestosamente sottile di Yimou Zhang, il nervoso e sincero drenaggio liberatorio dei fratelli Dardenne, il sospeso meccanismo dell’amore secondo Wong Kar-Wai, il tormentato rapporto con l’amore e la dedizione di Jane Campion e Sofia Coppola, l’assoluto rigore essenzialmente radicale della paura e del dolore di Michael Haneke, l’ossessività della visione e dei dettagli della solitudine di Tsai Ming-Liang, la scomposta fermezza contaminante di Takeshi Kitano, la frenetica passionalità di forme, volti, colori di Baz Luhrmann, l’eclettismo eccitato di Michael Winterbottom, la nuda e potente espressività  di Kim Ki-Duk, la moderna e attuale classicità di David Fincher, la follia pop stimolante di Quentin Tarantino, la complessa e pulita forza visiva e contenutistica di Paul Thomas Anderson, la distaccata e buffa autonomia e-marginale di Wes Anderson, il lirico e violento finimondo di Nicolas Winding Refn, il solidificante e congeniale spettacolo di Christopher Nolan, il sofferente imbuto cinefilo di Darren Aronofsky, il fiabesco e inquietante piccolo-mondo di Night Shyamalan, la tensiva caparbietà di Alejandro Gonzalez Inarritu, la satura e immobile forza visiva di Andrew Dominik, la schizzata iconoclastia  di Michel Gondry, l’estrema sintesi del dolore e bloccato amore di Steve McQueen, la bizzarra poesia di Spike Jonze, la meditata allusività esplosiva di David Michod, la propulsiva spinta musicovisiva di Xavier Dolan, la dirompente spinta artistica di Damien Chazelle.

Scritti di Federico Mattioni

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