I GRANDI FILM DEL 2014 secondo Federico Mattioni

L’anno 2014 è stata un’annata che ha rinverdito di fasti dimenticati l’aura di bellezza, potenza, aggressività, profondità che il cinema si è da sempre portato appresso. Ha condotto l’estatica visione su binari scardinanti e al contempo classici, ma di una classicità rinnovante la fiducia nelle potenzialità di recupero e innovazione del mezzo. Gli ultimi tre anni in particolare erano stati piuttosto poveri di uscite degne di lode. Tante sono le pellicole che hanno affascinato il pubblico e ammaliato il sottoscritto, alcune di esse le ho dovute tenere fuori a malincuore ma in questa sorta di classifica strutturata in ordine di uscite mensili (vedrete a volte anche più di un’uscita per mese) c’è tanto dei cardini della storia del cinema quanto dell’immaginario del presente. Una microstoria a cavallo fra epoche. La lista, corredata di brevi ed esaustivi commenti, motivazioni estrinseche in merito alle scelte, tiene conto soltanto delle uscite ufficiali nelle sale italiane.

Gennaio  NEBRASKA Nebraska poster

Un padre e un figlio che tagliano morbidamente, dentro un bianco e nero abbacinante, l’America. Il film di Alexander Payne è un omaggio al road-movie, uno dei generi portanti del cinema americano, e una sentita mano sulla spalla alla senilità come fondamento di non abbandono. Pochi, come Payne, sanno fondere in maniera così pura le forme della commedia con quelle del dramma. E questa volta, l’asciuttezza della regia, compatta il suo stile.

Wolf-of-Wall-StreetTHE WOLF OF WALL STREET

Scorsese ci aveva già parlato del “diodenaro” in maniera persino più convincente con Casinò. Ma la vera storia del famigerato lupo di Wall Street, interpretato da uno strepitoso Di Caprio (quando mai non lo è?), coglie a piene mani dal grottesco impastato nelle maglie delle storture baroccose dei soldi. Soldi, soldoni, soldi facili. Non si vede altro in questo orgiastico e strabordante film che a tratti quasi s’imbelle nel pruriginoso, fino all’annientamento dell’osanna di ciò che tutto innalza e poi distrugge lasciando fibrillare gli ultimi spasimi volontari di un’abnorme follia.  

solomon northupFebbraio  12 ANNI SCHIAVO

Steve McQueen radicalizza il suo linguaggio con un film solo all’apparenza di natura classica che scava dentro il romanzo lancinante di una vita trascorsa in schiavitù con partecipante dolore ed affilata tensione (la sua è una vera e propria strategia della tensione) costruita sapientemente attraverso rigorose inquadrature, rilevanti sospensioni, furiose accensioni. Ha scomodato e irritato alcuni per il suo stile che fa partecipare lo spettatore più pigro e per questo riesce a scavare sottopelle, anche grazie alla bravura degli attori e alla musica del sontuoso Hans Zimmer, finendo per entrare nell’anima con la sua spiazzante liricità opposta alla partecipata violenza. Solomon Northup è d’altronde il terzo schiavo diretto dallo straordinario McQueen.

her Marzo  HER

L’amore è dato dal potere di darne l’illusione. Non si potrebbe trovare massima più appropriata per essenzializzare il senso del geniale film di Spike Jonze. In un futuro distopico e asettico, un uomo s’innamora della sintesi virtuale di una personalità umana: una voce femminile. Una voce che accarezza allietando l’animo e predisponendo l’uomo all’ennesima illusione. Un film che in forma di commedia sull’amarezza del baluardo della tecnologia ci parla di noi e di quel che siamo diventati.

lockeAprile  LOCKE

Un uomo, la sua macchina, il suo telefono. E oltre la linea la famiglia che fu e quella prossima a venire. Steven Knight ci fa accompagnare nel sensoriale viaggio da un Tom Hardy strepitoso che tiene tutto il peso del film sulle sue spalle, una performance fieramente in primo piano, sul suo volto, la sua vita, il suo essere. Un film che minimizza l’on the road all’interno di un abitacolo in movimento dove la macchina da presa, seppur restando ferma, dà la sensazione di non esserlo mai, balugine essa stessa di un concerto di luci e suoni in braccio all’autostrada, passepartout per il futuro di Ivan Locke che alla fine si ferma e noi con lui, soltanto, quando lo fa lui.

JE3_5931.NEFOCULUS

Lo specchio e l’abisso degli orrori. Finalmente un horror che sa prendersi cura sia della storia che dei personaggi, scritti bene e sorprendentemente interpretati. Mike Flanagan si concentra su atmosfere sinistre e ambigue portando avanti con parsimonia dettagli espletati attraverso una serie di oscuri presagi e ambigue ossessioni. Alcune scene non si possono proprio scordare, una su tutte. Mi serbo dal rivelarla.

alabama monroeMaggio  ALABAMA MONROE

Dal Belgio proviene la storia d’amore più struggente dell’anno. Una storia d’amore e musica innaffiata nel dolore delle incomprensioni che maturano nel tempo. Ed è proprio attraverso una struttura che oscilla fra il buono e il cattivo tempo che il film trova una sua dimensione esternante, nella prevedibilità d’insieme. Di gran vigore le due interpretazioni dei protagonisti.

 

the congressGiugno  THE CONGRESS

Il sorprendente film di Ari Folman che indaga la follia della scienza, un concentrato atto di rimozione di un fatiscente passato e la spersonalizzazione indotta dell’individuo a mezza via fra il live action e una spumeggiante animazione, è sul podio dei film più illuminanti dell’anno. Una terribile distopia che umanizza la ricerca dell’individuo di una razionalità di fondo nei progressi della scienza. Un film toccante che plasma il tecnologico sul reale dentro un’indagine fantascientifica di natura lisergica che ne rispetta le regole di fondo. Robin Wright è poi la ciliegina sulla torta, basta osservarla mentre attende all’interno di un azzardato e ultramoderno apparecchio di essere ridotta ad una formula chimica.

 

mistaken for strangersLuglio  MISTAKEN FOR STRANGERS

Lente d’ingrandimento sul più grande tour di una delle band più influenti del panorama internazionale, raffinate e potenti al contempo: The National. Dopo dieci anni di attività, Matt Berninger decide d’invitare il fratello Tom, aspirante regista horror, a condividere, a seguito di alcune aspre dispute, la serie di concerti in giro per il mondo che hanno contribuito a rendere popolare in tutto il mondo l’unico sound della band newyorkese. Il documentario coglie momenti apparentemente marginali di convivenza, svelanti il recupero di un rapporto tra fratelli destinato a maturare attraverso la conoscenza. Fra autobus, camerini e palchi, si dispiega un inno alla serena coabitazione, punto fermo della persistenza di ogni band che si rispetti.

 

out of the furnaceAgosto  OUT OF THE FURNACE

Un film che linearmente, senza prendere le distanze da tutta una serie di film sul tema della vendetta, percorre il suo filamento. Semmai, aggiunge una pietra definitiva sul tema, sull’inutilità, appunto, di un atto vile dettato più dall’istinto animale che dalla ragione. Le interpretazioni di Christian Bale, Casey Affleck, Woody Harrelson e Forest Whitaker fanno il resto.  Nel livido annientamento dell’individuo, il regista Cooper offre una disanima caparbia sull’addossamento delle colpe altrui in un mondo dove il libero arbitrio ha offuscato ogni umana ragione.            

under the skinUNDER THE SKIN

Criptico e visionario è il viaggio di una donna alieno interpretata da una conturbante Scarlett Johansson, stavolta dai corti capelli corvino. Un metafisico trip all’interno di un immaginario digitale di ascendenza museale. Uno di quei film che fa venir voglia di trasportare l’arte del cinema nei musei; nuova dimensione per un saggio avvenire. Jonathan Glazer c’installa nelle maglie di un incubo oscuro ambientato nelle campagne scozzesi che contribuiscono enormemente alla presa visiva del film. Ricco di squarci visionari lievitati dall’ipnotica colonna sonora di Mica Levi.  

 

the look of silenceSettembre  THE LOOK OF SILENCE

Joshua Oppenheimer è un duro, uno dei maggiori documentaristi moderni. Una sorta di continuatore del percorso di Werner Herzog. E questo suo nuovo film ne è la piena dimostrazione. Miglior documentario dell’anno, The look of silence dimostra quanto il cinema sia a volte anche rischio, attraverso la ricerca spasmodica del pentimento da parte del fratello di una delle vittime di uno dei regimi militari più tirannici e violenti della storia. Negli anni ’60 in Indonesia una terribile dittatura si macchiò di una serie di efferati delitti (in alcuni casi delle vere e proprie torture) a danno di quelli che a detta di chi era al potere erano dei comunisti. L’occhio indagatore di Oppenheimer si sofferma su sguardi che rivelano verità ignote nella composizione obiettiva del silenzio. Ma è negli occhi di chi cerca la verità che un sottile strato di prostrazione prende il sopravvento, mentre le braccia dell’operatore tremolano di quel pathos che solo la verità restituita alle forme cinematografiche sa incredibilmente riportare.

 

boyhoodOttobre  BOYHOOD

Richard Linklater impiega 12 anni per realizzare questo film, seguendo la crescita e lo sviluppo di un ragazzo dagli 8 ai 20 anni. Una calorosa, commovente, scanzonata, disillusa cornice di vita tornita di momenti di ordinario svolgimento. Un racconto di formazione dove l’assunto stesso dell’esperimento non trova però piena restituzione nelle risultanti. Ambizioso, vero ma per certi versi irrisolto, questo “boyhood” ci piace così. Il cinema di Linklater, sempre ricco di coinvolgenti dialoghi, ci rende parte integrante di vite altrui e non è cosa da poco.

 

interstellarNovembre  INTERSTELLAR

La meraviglia tecnica unita all’intimità delle vicissitudini umane. Basterebbe questo concetto per comprendere quanto il film di Christopher Nolan sia grande. Ci parla dello spazio, delle teorie fisiche di Kip Thorne eppure ci sta parlando anche dello stato del mondo e dello stato dell’amore. Il punto è che ci riesce, con un’immersività psico-sensoriale che ha del portentoso. Questo spettacolare e geniale (come sempre del resto con Nolan) viaggio interstellare ad incastri, è reso ancor più stupefacente dall’ennesimo capolavoro di Hans Zimmer, qui sontuoso. Matthew McConaughey ci riporta alla mente certi coraggiosi cowboy, l’ambientazione ci fa pensare al western o a qualche film di Terrence Malick. L’astronave ci fa pensare a Kubrick e in certi momenti a Tarkovskij. Riassemblare tirando fuori dal cilindro qualcosa di proprio, rendendo credibili anche le storie più incredibili. Manovre che solo i geni sanno fare e Nolan riesce ad unire cerebralità ed intrattenimento in un modo che nella storia non potranno fare a meno di parlare di lui. Lui ci è già dentro e non ha nessuna intenzione di fermarsi. Ma come andare oltre un’impresa del genere? Per ora il suo ultimo capolavoro ci basta ed avanza.

nightcrawlerNIGHTCRAWLER

Incalzante, affilato e spietato thriller-noir che pesca a piene mani dagli anni ’80 per offrire in pasto al pubblico un’accorta parabola sul rampantismo sociale. La notte porta consiglio, qualcuno ha detto, e il personaggio principale interpretato con cinismo e torbido realismo da un Jake Gyllenhaal maturo e sicuro di sé ci fa meglio addentrare nel voyeurismo compiaciuto di un’assurda rivalità d’audience. Un film che seppur abbrancato ai generi del thriller e dell’action, trova la propria dimensione in un discorso più ampio che tocca la follia dell’uomo avvinto alle nuove possibilità della tecnologia. Il fatto che sia un esordio quello di Dan Gilroy non può che avvalorare le tesi.

 

the roverDicembre  THE ROVER

David Michod ci ha abituati talmente bene col suo esordio da rischiare di farci rimanere delusi con un secondo film ambientato in un’arida e desolante Australia. Ma così non è. Partendo da un’iconografia alla “Interceptor”, il film segue lo sbando di uomini che agiscono come e peggio di felini. Vittime illustri sono gli animali, opposti alla desertificazione dell’individuo che ha finito per ingabbiarli nei rancori vendicativi di un manipolo di finti soldati del vecchio mondo. Agorafobico e claustrofobico al contempo, è un thriller scolpito nel paesaggio con una drastica demitizzazione delle componenti. Rapporto detritico di tutto un immaginario reso obsoleto dall’industrializzazione e dalla successiva mancanza di risorse. Non ne mancano a Michod che sceglie Antony Partos per le musiche (geniale) e ci consegna un film di esemplare robustezza.

mommyMOMMY

Il giovanissimo talento canadese Xavier Dolan gioca a nervi scoperti col suo nuovo film. Incide personaggi permanenti e fa della convulsione emotiva un genere free-lance. Ricco di slanci e di sterzate pop da melodiose aperture musicali, il film gioca con l’immagine ingranando nel racconto una tensione agitata e sessuale serva dello stesso stile. Un tumultuoso e indulgente ritratto a tre che nonostante alcune accentuazioni stonanti riesce ad entrare sottopelle, sconvolgendo turbamenti epidermici. Sconcerta, seduce, ammalia, ammicca, irretisce, a tratti indulge nel pietoso, quindi si fa di un dolente-pastello. A mancare è forse il consistente mestiere (sulle spalle di una ristretta cultura ancora da formarsi), anche se la regia schizzata si abbandona a un’immediatezza capace di lavorare sulle sensazioni impulsive in maniera gradatamente catartica.  

gone-girlGONE GIRL   

Un giallo che apprendendo dalla lezione di Hitchcock si scopre di un’aura di torbidezza inusuale da paralizzare il sangue nelle vene. Un diabolico intrigo (come diabolica è la geniale interpretazione di Rosamund Pike) che rivela la morte del matrimonio nelle sue fondamenta. Ogni cosa viene meno poiché vestibolo e palcoscenico inevitabile della menzogna accordata ai legami, dove tutto viene dato in pasto all’opinione pubblica per offrir loro il menagramo spettacolo del dolore altrui. Fincher ci parla più di ogni altra cosa della cannibalizzazione mediatica dell’individuo e lo fa, seppur rivelando precocemente la svolta decisiva del racconto e inzaccherandosi in un finale di troppo, con la sicurezza dei grandi maestri di cinema. E in effetti è uno dei migliori del cinema americano degli ultimi vent’anni.  

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