Inherent Vice – Vizio di forma

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Dipanarsi nell’intricato universo di Thomas Pynchon e del suo antieroe Larry “Doc” Sportello, fatto di strane sette e di personaggi brancolanti nell’inesorabile emarginazione di chi è diverso e che nella sua debolezza non riesce a far risuonare la propria voce, sembrerebbe impresa inaccessibile. Si sente un po’ così, brancolante, il personaggio di Doc che trova compagnia fedele, nonostante conosca molte donne, soltanto nella lungimirante “canna”. Shasta (la sensuale scoperta Katherine Waterston), la sua ex fidanzata, si è appena allontanata ed è andata al largo dalla sua vita, ha intrapreso un’ambigua relazione con un miliardario al centro di un misterioso complotto e ora chiede aiuto a Larry. Da qui parte l’indagine che accompagna tutto il film.

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Come in un “lento apprendistato” – dal titolo di una raccolta di racconti dello scrittore americano – l’investigatore privato tenta di venire a capo di una serie di fitti misteri, nonostante la sua mente non sia mai effettivamente lucida. A volte viene ostacolato dal rudimentale e zotico poliziotto Christian “Bigfoot” Bjornsen (un perfetto Josh Brolin), ma al contempo trova una sorta di mentore in Sauncho Smilax (Benicio Del Toro). Il mondo che Sportello attraversa – interpretato di nuovo alla grande da un affidabile Joaquin Phoenix –è malfermo, stralunato, ed ha la forma di una spirale caotica e virale, di quelle dalle quali non ci si riprende più in tempo per far sì che tutto possa essere sviscerato secondo natura. Ogni cosa sembra restare inchiodata sulla lavagna dello studio dove Sportello cerca di dare ordine alle cose capitategli. Il groviglio inestricabile di quest’odissea dell’indefessa accettazione ha tratti lisergici, dati non solo dall’erba che il protagonista ripetutamente fuma e dai cocainomani nei quali egli sovente s’imbatte – uno su tutti è Martin Short (chi si rivede!) – ma anche dalle forme volute di colori e sfumature cromatiche che il regista Paul Thomas Anderson allaccia ad una sceneggiatura, da lui adattata nei minimi dettagli, disordinata e nevrastenica come i numerosi personaggi che la contornano, ma con una matrice al centro di una Los Angeles a cavallo tra i ’60 e i ’70, confusa nelle sue infime trappole di vanesia realtà del fare comune. Anderson, dopo gli apici della sua epica ricerca all’interno della società americana e della sua storia – Il petroliere e The Master – ci svela la sconfitta di una controcultura consapevole, anche se consapevolmente trascurata nel crack oppressivo del costume e degli ideali. Quello stesso crack che il maestro Robert Altman, a più riprese omaggiato da Paul Thomas Anderson nei suoi film, ha saputo segnalare collettivamente, con tratti universalistici. Anderson non nasconde di essersi ispirato al noir Il lungo addio (1973) per i tratti dello stile registico, perché in fondo Inherent ViceVizio di forma è una commedia noir distolta e muliebre, e di conseguenza imbambolata, capace a rendere ancor più iconici i personaggi che mette in scena con goderecce calligrafie fumettistiche.  Jonny Greenwood, Sam Cooke e Neil Young, nelle scene chiave, compiono il resto.

Cultissimo.

inherent vice

 

Valutazione: ☼ ☼ ☼ ☼ 1/2 

 

 

 

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Specifiche valutazione in soli:

☼ = pessimo

☼ ☼  = mediocre

☼ ☼ ☼ = discreto

☼ ☼ ☼ ☼ = grande

☼ ☼ ☼ ☼ ☼ = capolavoro da storia del cinema

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