A colloquio con Franco Piavoli

Franco Piavoli

Cinema dei sensi. Credo non ci sia definizione più appropriata per il suo cinema, non trova?

Cinema dei sensi. Cinema sinestesico. L’espressione che lei ha usato per il mio cinema la trovo appropriata e gratificante,  perché  travalica ogni altra definizione come documentario, fiction, dramma, commedia, e via dicendo.

Il suo è un cinema intimamente legato alle stagioni e al concetto di tempo visibile attraverso le cose. Non è un caso che il suo cinema sia nato da un progetto documentario dal titolo Stagioni. Ci racconti com’è nato il suo amore per il cinema e il desiderio di raccontarlo attraverso il flusso delle stagioni e della natura stessa. Che tipo di approccio ha avuto sin dagli esordi?

Il mio primo lavoro risale al 1961 e si intitola Stagioni. E’ intimamente legato al concetto di tempo. Tempo lineare o circolare?
La domanda è ancora aperta sia in campo scientifico che in quello filosofico. In quel mediometraggio, come ne Il pianeta azzurro, l’incipit mostra il disgelo e il film si chiude con la nebbia e con il fiume che scorre; come la vita che nasce, muore, e continua a scorrere in diverse forme. Questo si percepisce meglio vivendo in campagna, osservando e ascoltando ogni giorno gli animali, i vegetali, i minerali.

Fotografia, pittura, cinema. Dal suo cinema sembra restarsene in disparte la letteratura. Forse il suo modo di raccontare si plasma principalmente nelle immagini e nei suoni, più che nelle parole, almeno nelle prime opere. Ad ogni modo, in Nostos ad esempio, le parole e il suono delle stesse sono fondamentali. Così come ne Il pianeta azzurro che scandaglia la natura e le stagioni in un modo mai visto. Qual è il suo rapporto con le arti gemelle del cinema? E quali ritiene esse siano?

Fotografia e pittura. Letteratura e musica. Sono arti gemelle che il cinema, in diversa misura, tutte incorpora e fonde. Ma il cinema è ancora agli esordi e, essendo molto legato alla tecnica, chissà come si evolverà. Ancora non può avvalersi dell’olfatto e del tatto e di altri sensi corporali. Ma già ora li può stimolare indirettamente. Pittura, scultura, architettura. Letteratura e teatro. Suono e musica. Sono tutti elementi di un concerto  che si evolve nei secoli. E il cinema è lo strumento che più di tutti è in grado di utilizzarli e riprodurli contestualmente.

Il cinema è ancora agli esordi. Devo ammettere che questa sua tesi mi affascina e mi seduce quasi più di tutte le altre …

Franco_Piavoli

Partiamo da Il pianeta azzurro. Lei è andato oltre la lezione di Flaherty. Con questo poema sinestesico (preferisco questa definizione a quella semplicistica di documentario) ha cercato di guardare le cose che la circondavano con un occhio diverso? Perché mi sembra un occhio diverso e per certi versi nuovo anche oggi.

Ne Il pianeta azzurro, per raccontare l’evoluzione della terra, ho usato assieme immagini e suoni. Il suono dell’acqua e del vento, le voci degli animali e quelle degli uomini. Il respiro, il gemito, il pianto, l’urlo, il sorriso. E poi il rumore delle macchine agricole e degli aerei. Volevo costruire un film che richiamasse i valori della musica e della pittura più che le regole del teatro. Un cinema che creasse il racconto attraverso la concertazione di diverse voci, di diverse immagini, di diversi frammenti, per trarne un mosaico policromo, un concerto sinfonico  o polifonico. Nel film a struttura sinfonica non interessa tanto lo svolgimento del dramma quanto il coinvolgimento nel tema proposto attraverso la composizione di luci, colori e suoni che possono risvegliare emozioni depositate in noi da millenni.

Nostos, il ritorno radicalizza il suo percorso poetico in modo sensazionale. La vastità degli spazi e la voce dell’anima del suo Ulisse si fa essa stessa linguaggio poetico. Perché il mito di Ulisse? Dove ha girato principalmente questo capolavoro, sottovalutato dagli storici del cinema? E in che modo?

In Nostos, il ritorno il protagonista cerca di tornare alle origini. Entra nella caverna invocando la madre. Dopo il naufragio si rannicchia sulla spiaggia in posizione fetale. Urla e piange. Poi nuota fino a raggiungere la luna: la penetra come uno spermatozoo che entra nell’ovulo. Finalmente raggiunge la terra natia e da lontano vede la donna in attesa. E’ un viaggio a ritroso che tutti ogni tanto compiamo per cercare conforto al nostro errare. Prima di realizzarlo ho fatto sopralluoghi a Olimpia, Delfi, nei Campi Flegrei e in Etruria, dove ho girato molte scene. Nel Gennargentu, in  Sardegna, ho trovato paesaggi vasti e ancestrali. I dialoghi e i monologhi sono composti da idiomi ispirati a suoni di antiche lingue mediterranee come il sanscrito, il greco tessalico e lo ionico.

Voci nel tempo suona come un omaggio affettuoso all’umanità tutta e a quella semplicità che nella età di mezzo si va smarrendo. Difatti vediamo soprattutto adolescenti e persone anziane muoversi nell’amore per la vita. Quanto c’è d’infantile e d’adolescenziale nel suo sguardo?

Anche Voci nel tempo rispecchia il fiume della vita e il passaggio del tempo. All’inizio e alla fine del film le voci dei bambini ci assicurano il ritorno e la circolarità. E ora che sono anziano li ascolto e li osservo ancora di più mentre giocano illusi. E ancor più mi illudo con loro.

 Va ancora al cinema?

Ora vado al cinema con minore frequenza, sia per l’età, sia per la difficoltà di trovare sale che proiettano film d’autore. Ma appena mi sfugge l’opera di un regista prediletto cerco di rintracciarla in formato domestico. In quest’epoca di forte accelerazione tecnologica e di seduzione pubblicitaria dobbiamo sempre più difenderci dalla violenza e dal cattivo uso degli effetti speciali.

Cosa ne pensa delle nuove tecnologie digitali?

Sto usando il digitale che consente molta più autonomia e indipendenza produttiva. Le nuove tecnologie sono sempre più sofisticate e ricche. Aprono le porte a molti appassionati e creativi ma nel contempo inducono a soluzioni troppo facili e sbrigative.

Al primo soffio di vento mi sembra sia un po’ un sunto della sua poetica. La poesia delle forme della vita e in questo caso anche della musica e delle parole vibra in primo piano sulle note più alte del suo cinema. Penso sia il completamento di un percorso ma anche una sottile riflessione critica su cosa siamo diventati e su quanto le macchine abbiano contribuito a meccanizzare e svuotare l’individuo delle sue essenzialità più sincere e naturali. Si riallaccia per certi versi all’epoca dell’Illuminismo e del tentativo di recuperare certi valori. Ritiene questo film come la chiusura di un cerchio, un cerchio che però è destinato a non chiudersi? Ci sarà almeno un altro soffio di vento, di vera vita, nella sua carriera?

E, come la protagonista di Al primo soffio di vento, cerco di far rivivere il magico incontro d’amore. Nel cerchio chiuso della famiglia questi sentimenti sono compressi non solo dal passare del tempo ma spesso anche dalle convenzioni sociali. E mentre la madre piange nel letto matrimoniale la giovane figlia si addormenta e sogna. Il cerchio si riapre ora mentre sto girando alcune scene di una festa campestre. Il parroco, appena finita la messa, invita tutti a ballare.

Cosa consiglierebbe ad un cineasta che tenta di affacciarsi nel mercato apparentemente aperto e democratico di oggi?

Ai giovani cineasti che intendono affacciarsi sul mercato apparentemente aperto e democratico di oggi consiglierei di seguire anzitutto la propria ispirazione e di cercare un proprio linguaggio, anche se diverso da quello dominante nel mercato del cinema e della televisione. Consiglierei di vedere e rivedere molti film del passato risalendo fino agli esordi del cinema muto. E, quando è possibile, di guardarli su grande schermo.

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