Whiplash

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Sudore scivolato cadente in “tackle” su piatti percossi nell’atto dell’essere fracassati. Un giovane ragazzo di radiose prospettive si allena con una ossessionante cura del dettaglio. Un insegnante lo squadra inquadrandolo subito ed è amoreodio a primo battito di vista. Si osservano rimirandosi, si squadrano di sottecchi, si affrontano quasi scotennandosi con le passate di un obiettivo vitale ad appannaggio del miraggio del sogno. Sogna molto Andrew Neiman, l’allievo dello Shaffer, duro conservatorio di Manhattan; diciannove anni e un amore smodato per il jazz e in particolare per la batteria. Terence Fletcher, il severo insegnante che va facilmente in escandescenza cerca la fiamma nelle pupille dell’allievo giusto innescando l’abile miccia. Lui vuole che l’allievo si spinga oltre le aspettative di tutti; del resto l’allievo vuole davvero diventare qualcuno d’importante e per amore della batteria decide di accantonare quello per Nicole. Si applica tormentosamente, sopportando male il parere avverso dei parenti e l’incomprensione del padre. Il suo whiplash_4apprendistato passa dal pezzo Whiplash a Caravan e sbatte su compagni da scavalcare, prilli da stilettare, fasi di logorante fatica da mettere in conto. A poco a poco gli scontri si fanno da verbali a fisici ed è lo stesso fisico a risentirne. Si sbatte, si ricuce attraverso strappi, a volte scorticandosi, mentre le mani non demordono come un novello Sonny Greer. L’apoteosi artistica può essere raggiunta soltanto attraverso l’applicazione non calcolata, tutto istinto, nervi, passione, sangue sgorgante dal cuore in tumulto fra le note libere di un genere musicale che il regista Damien Chazelle fa vibrare sul grande schermo con dirompente energia, attraverso un montaggio che plasma un genere che sembrerebbe nuovo, quello del jazz-cinema, fra i rimandi e i ritorni, fra gli strumenti stessi e la sbalzante follia dell’apprendimento che erompe sangue da tutti i fori. Se Bertrand Tavernier, con ‘Round Midnight, si muoveva sulle blue-notes notturne e cadenzate della vecchia guardia, Chazelle, pur citando spesso Charlie “Bird” Parker (eccellente sassofonista padrino del bebop), punta alla modernità suprema della concertazione delle idee, delle voci e dei colpi di scena inesauribilmente sorprendenti, messi in scena con inesauribile energia.

Whiplash_5Colpi di lembi di pelle trasudata che sviscera da pori legnati dall’incalzare della voglia di spaccare il mondo che sale e riverbera nell’aria accaldata della stanza delle prove, dove gli oggetti, gli strumenti, spesso inquadrati in primo piano, prendono forma e vita sezionati dalle micidiali inquadrature del regista. Sudore a fiotti di acido, di sudore da pelle inacidita, giochi di sguardi, viscerali, veri, che non lasciano il minimo spazio all’inganno. Il punto d’arrivo costa fatica, sudore, saliva, sangue, quasi vita. Si deve sbattere forte a terra prima di potersi rialzare e trionfare per l’ennesima battaglia vinta al cinema, stavolta senza alcuna bandiera americana a sventolare nell’alto di quei cieli perennemente sventagliati dal vento. Nell’alto dei piatti della batteria sembrano esserci tutto a un tratto solo le sue mani, e di fianco, nemmeno tanto ai margini, gli occhi di lui, al limite delle sue stesse orbite. E noi con loro, quasi oltre il limite.

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