Mia madre

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La canzonante autobiografia si fa cuscino sul quale lasciar riposare i propri sogni che rinascono poi in incubi. La riflessione critica metacinematografica si fa poi luce sul proprio ego, sul proprio vissuto di cineasta e uomo/uomini in crisi.

In Mia madre temi e icone del passato tornano per una summa di natura quasi antologica: il dolcetto, il ballo, la guida del motorino, l’avanzante malattia che ottenebra le prospettive di crescita, la morte anticipatamente percorsa nella sua ineluttabile dolenza.

Un impianto finalmente lucido, fermo, sicuro, plasmato su una misurata conciliazione del dramma con la commedia, e in particolare con l’esuberante, eccentrica, ironia del rompischemi di turno (un certo Barry che voleva tanto lavorare con Kubrick).

Sembra quasi di udire il suono ineffabile della tenebra, a fianco – un po’ come l’uomo che deve stare accanto all’attore secondo Brecht – a quello rischiarante della luce nell’amour della speranza ultima a morire.

Nanni Moretti, col suo dodicesimo film, accanto ai ben diretti Margherita Buy, John Turturro e Giulia Lazzarini, sembra essere tranquillo stavolta, nella consapevolezza quasi solenne della propria inadeguatezza alle circostanze della vita.

Sta finalmente accanto a se stesso, non più con se stesso. Chiudendosi nella quiete della rassegnazione contestata. E si rianima poi accanto alla propria madre, con una splendida intuizione finale.

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