Equals

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La società del futuro immaginata dal regista Drake Doremus ha delle similitudini con quella studiata e raccontata a suo tempo da George Orwell nel romanzo 1984, e visivamente ricorda quella messa in scena da George Lucas in THX 1138, ma ciò che preme di più raccontare al regista è il mistero del sentimento dell’amore nella sua accezione più ampia e complessa. Impossibile definire, incasellare, più facile comprendere, sentire. Perché Doremus si concentra palpabilmente sulle sensorialità, attraverso un linguaggio filmico che privilegia le atmosfere soffuse e soffocate degli interni attraverso istanti sfocati di desiderio e passione, rivelati sui bei volti degli attori principali Nicholas Hoult e Kristen Stewart, assolutamente in parte. In questa utopica società del futuro (ma fino a che punto con l’invadenza anticomunicativa della nuova tecnologia?), in questa allarmante distopia nota come il “Collettivo”, sceneggiata da Nathan Parker (lo stesso di Moon), Silas (Hoult) e Nia (Stewart) capiscono di aver sviluppato delle emozioni laddove non è ammesso viverle. Sono degli SOS, persone ritenute malate che devono essere immediatamente rimesse in riga secondo i rigidissimi canoni di controllo del corpo e della mente degli individui, operando una rimozione di ogni residuo di sentimento provato, che non deve minimamente trapelare. Ma la voglia di condividere quel sano sentimento divampa e la situazione si complica. Possono aiutarli ad evadere da quella soffocante realtà soltanto chi ha già vissuto una situazione simile. Il film si scopre in una splendida elegia all’amore distolto, esploso nel suono (sensazionale il lavoro del sound designer e avvolgenti le musiche di Dustin O’Halloran e Sascha Ring) e fuori fuoco in immagini che provano il senso dei contenuti attraverso un’esplorazione trattenuta, implosa, ma ribollente dell’intimo desiderio di vivere secondo natura umana. 19440-Equals_5___Jaehyuk_LeeFondamentale è in questo senso la fotografia di John Guleserian, fredda, opaca, ovattata, soffusamente calda a tratti pur nel grigiore delle forme, come le scenografie serranti (con tanto di serra conservante flora) della struttura in cui tutti i personaggi sono rinchiusi e costretti a vivere. La portata del messaggio, di natura universale, diviene epica per l’abile armonia e autonomia di tutti gli aspetti del film. La fuga impossibile precipita in un’oasi confondente d’incomprensioni varie, sull’orlo della sciagura che rimanda a Romeo & Giulietta, esplicandosi in vie traverse con il punto di fuga. Dista solo 4 fermate di treno, è rappresentato da un’isola. quell’isola che c’è ma che noi non vediamo, pur riuscendo a sentirla e provarla attraverso gli occhi di chi la sogna, nella forza prorompente di una presa che è illusione e al contempo persuasione stretta ad un nuovo sensazionale avvenire.

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