The Endless River

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Infinita è la sofferenza di chi ha perso brutalmente, per mano di un terzetto di pazzi furiosi, la propria famiglia. Gilles (Nicolas Duvauchelle) è distrutto dal dolore e freme dal desiderio di catturare con le proprie mani i responsabili degli assassinii. Vive simile dolore Tiny (Crystal-Donna Roberts), che ha appena ritrovato il marito ex detenuto, Percy, appena uscito di prigione e che sarà costretta a perdere di nuovo. La freddezza e l’incomunicabilità ferita tra i due è sinonimo di distacco. Gilles va spesso nel caffè dove lavora Tiny e le loro esistenze s’incrociano, a maggior ragione nel momento in cui a Gilles viene messa la pulce nell’orecchio da parte di un ispettore di polizia, riguardo l’uscita di prigione da parte di un pericoloso uomo facente parte di una gang della zona. I sospetti ricadono proprio sul marito di Tiny. La situazione precipita ma non per mano di Gilles. Sta di fatto che Tiny e Gilles sono destinati a venirsi incontro. Esplorano il paesaggio che fa da sfondo a questo dramma turbolento e devastato sin dalle prime immagini, che ricordano nei titoli di testa i grandi drammi degli anni ’50 di Elia Kazan.

endless-riverNon a caso, il protagonista Duvauchelle (interpretazione strepitosa, vibrante, che avrebbe meritato la Coppa Volpi), nello sguardo solo e ferito, nel suo sbottare e reprimersi nel dolore contenuto e mai arginato, ricorda molto il profilo di James Dean. L’esordiente Donna Roberts, gli si affianca con sentita partecipazione emotiva. Costruito sulle corde del melodramma, senza eccedere però nell’enfasi, contenendosi piuttosto dentro circonvoluzioni d’incisivo rigore espressivo, The-Endless-River-2The Endless River di Oliver Hermanus ha il soffio e la forza di quel cinema americano (anche se il film di Hermanus è una co-produzione Sudafrica-Francia), che ora a distanza di tempo dalle barbarie compiute dal codice Hays, può lavorare con più libertà sulla brutalità accresciuta e diretta dei tempi moderni. Hermanus offre una meditazione sulla violenza di non poco conto, raccontata interamente attraverso gli sguardi feriti di due disperati che tentano di agganciarsi ad un presupposto punto di contatto, difficilissimo, scovabile nel tema, sempre americano del resto, del viaggio e della fuga al contempo. A parte gli istinti più biechi messi in mostra dagli esseri umani feriti, il film vira, nell’ultima parte, verso una delicatezza, ai confini con la poesia, che fa ben sperare, lasciando immaginare un finale liberatorio. Uno dei film più umiliati, insultati e tacciati di mancanza di profondità dalla critica più ignorante e cafona, è in realtà uno dei pochi film veri, tra i più profondi, toccanti e sconvolgenti tra quelli presentati, in concorso e fuori, all’ultima edizione della Mostra del Cinema di Venezia. Vaghi rimandi a certi drammi di Gus Van Sant si possono ricavare dal modo com’è stato gestito il rapporto fra luogo e psicologie dei personaggi. Sembra essere coerente, pertanto, il non finale, la non direzionalità delle tendenze di fuga dal proprio passato, quella fosca tenebra emendata dal cuore leso.

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C’è nuova luce, seppur trattenuta negli spazi aperti dove Gilles e Tiny si rifugiano, per poter tornare a respirare di nuovo. Ma la domanda è se respiravano davvero a suo tempo quando tutto sembrava essere in ordine ed è invece rovinosamente caduto sotto il peso della terrena insensatezza. E bisogna essere acuti nel constatare se quel fiume infinito può arginarsi ed avere una fine certa come la vita o se ancora quel fiume è equivalente alle loro stesse vite che infinitamente scorrono senza fermarsi come un fiume in piena, tanto nel dolore muto quanto nel rimpianto.

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