Land of Mine

Land-of-Mine

L’immaginario cinematografico di personaggi intenti a sminare mine riconduce alla possente opera di Kathryn Bigelow The hurt locker che le ha fatto vincere il suo Oscar. Ma se la Bigelow sceglie di raccontare la storia con i crismi del thriller ad alto tasso adrenalinico, i fatti che racconta il regista danese Martin Zandvliet, al suo terzo lungometraggio, attinenti a una fetta di storia sepolta che ha a che fare col periodo del nazismo, sono filtrati dentro una dimensione naturalistica, poetica.

land-of-mine-4Nel maggio del 1945, a pochi giorni dalla fine della seconda guerra mondiale, un gruppo di giovani soldati tedeschi riceve l’incarico di disinnescare tutte le bombe sepolte sulla costa ovest del paese danese. Devono essere controllati e comandati dal sergente Leopold Rasmussen che memore delle sofferenze subite in terra straniera coglie l’occasione per trattare i ragazzi in modo ignobile. Quando però le bombe cominciano ad esplodere la situazione cambia e il suo odio si tramuterà in una nuova forma di compassione. Non sono nemici, sono semplicemente dei ragazzi costretti dalle circostanze e misurarsi con una realtà perversamente folle e annientatrice. Il messaggio del film vuole essere questo e Zandvliet – con una formazione da film maker in mare aperto (per anni si è guadagnato da vivere filmando le regate e le competizioni sportive in mare) – lo espone concentrandosi sugli aspetti lirici della messinscena: empatia verso le vittime e i loro attoniti volti, concentrazione quasi pittorica e uniforme su paesaggi capaci di stagliarsi nell’anima e nell’immaginario filmico anche grazie alla fotografia di Camilla Hjelm Knudsen. Vi è un’impossibilità della catarsi man mano che ci si inoltra nei territori terribili e inesplorati del paesaggio del film. Il sergente di ferro interpretato magistralmente da Roland Moller (ma a tutto il cast va una menzione di merito) scopre la futilità del suo rigido militarismo frustrato e frustrante e si oppone ai colleghi. In fin dei conti è l’amicizia e la benevolenza verso il prossimo ad emergere in maniera incontrollata. Il modo in cui Zandvliet sceglie di concentrarsi sugli scenari che attorniano le tragiche vicende di una guerra già combattuta che continua a mietere vittime riemergendo dal sottosuolo dei resti dell’inciviltà supina all’economia spropositata del mondo, riporta alla mente il respiro di un film in particolare di Terrence Malick Days of Heaven, mentre per la forza del messaggio contenutistico e visuale del film l’accostamento che viene subito spontaneo è quello col capolavoro di Lewis Milestone All Quiet On The Western Front – All’ovest niente di nuovo del 1930. Immaginario filmico fortemente evocativo altri capodopera della visione in clima di guerra che si scolpisce nei silenzi e nei boati assordanti e ingiustificabili di orrori che nonostante tutto non cessano di colpire l’innocenza di quella parte del mondo che i più reputano inutile.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...