Carol

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L’incontro fra Carol Aird e Therese Belivet è fatale. Di quelli che surclassano la monotona vita che fino a quell’istante stavano vivendo, l’una, la donna più matura, incastrata in un matrimonio infelice vicina al divorzio e con figlia sulle spalle, l’altra, giovane impiegata all’interno di un grande magazzino con il volto da cerbiatta e lo sguardo distolto e annoiato dalla routine. Perché l’America che il regista Todd Haynes sceglie nuovamente di raccontare è ovattata e chiusa in una routine da pellegrinaggio nella solitudine puritana e vigliacca. Siamo a Manhattan e il fuoco della passione si accalda sfumato dentro immagini velate soft, dentro anfratti asettici ed eleganti di alberghi fuori mano, ai margini del focolare domestico e lontano dalle noie di tutti i giorni. Messo a fuoco lo scopo principale del film, che vuole essere un’esplorazione del senso di colpa in funzione di un desiderio d’intima condivisione raccontato con la sensazione addosso di un furto o peggio un crimine, Haynes sceglie di procedere secondo una successione di finezze, dove la bravura di Cate Blanchett (Carol) e quella di Rooney Mara (Therese) hanno la meglio sull’insieme, catturando le attenzioni per mezzo di sguardi capaci di accendersi attraverso una comunicazione puramente visiva. Il film è riuscito quando riesce ad attuare questo tipo di comunicazione, basata essenzialmente sul non detto o sul confessato a mezze parole, sul trattenuto a margine delle problematiche interne ed esterne. Ma fondamentalmente è un tema talmente caro al regista, da averlo già trattato, in maniera anche più forte e potente in un film come Lontano dal paradiso. Quello dell’omosessualità è un tema che Haynes tratta sin dall’inizio della sua carriera e la scoperta del libro semisconosciuto di Patricia Highsmith, dal quale è poi stato tratto il suo Carol, è divenuta l’occasione per trattarlo nuovamente col cuore. In virtù di questo elaborato e sentito percorso, acquista particolare importanza e risonanza emotiva il finale. Gli sguardi s’incontrano di nuovo inaspettatamente a seguito di un improvviso e lacerante abbandono. Sono sguardi talmente intensi da rendere universale quel sentimento che nonostante l’abbandono è ancora lì che si regge senza arrancare nel danno perpetrato, si agita, si muove silenziosamente, accortamente.

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