Colpi di Cinema – Come vinse la guerra

buster keaton

Senti, amore mio, vuoi davvero che diventi tuo per sempre? Dovrai sopportarmi quando spicco salti in alto rovinando a terra”, disse l’acrobata di turno alla sua amata. Colui che voleva diventare un cameraman e che avrebbe girato il mondo pur di diventarlo, arrivando a resistere persino nel nord ghiacciato con la palla n.13 al piede. Neanche fosse Sherlock, il figlio di Holmes. Giramondo, dopo essere stato lanciato da una parte all’altra dei palcoscenici teatrali. Aveva una casa elettrica che gli dava una scossa ogni volta che vi entrava. Una volta la casa era stregata, ma accidenti che ospitalità! Accoglienza con vestaglia e bourbon servito su un vassoio dal maggiordomo. Vederlo era un po’ come avvicinarsi ad uno spaventapasseri. Lui era l’acrobata, il maggiordomo lo ammirava per questo, per il successo agevolmente ottenuto. Aveva il viso troppo pallido e faceva impressione da fermo. Quando spiccava il volo finiva per destare meraviglia. Sognando ad occhi aperti era il titolo del suo prossimo spettacolo. Avrebbe cominciato le prove dopo aver raccontato al mondo intero com’è che vinse la guerra, da buon generale di mondo. La sua guerra era senza armi. Si trattava di una guerra privata con l’alcol. Arrivò il giorno in cui la vinse e quella vittoria entrò senza bussare, né dare colpetti. La casa sembrava essere stregata dalla gran puzza di alcol a volte. Ma il maggiordomo non aveva coraggio a riprenderlo. Per vincere quella guerra c’era una probabilità su sette, e lui ci riuscì. Spiccò il grande salto, rotolando a cavalcioni su una schiera minacciosa di detriti declinanti dalla solita collina al di sopra della casa. Era l’acrobata. Il solo e unico acrobata al mondo, cresciuto bevendo latte dalla stessa vacca, boxando con se stesso nei giorni di malumore. Lo sbatti e ribatti continuo architettato dai suoi genitori aveva cominciato a dare i suoi frutti. L’acrobata li raccolse a piene mani. Gli amici del college gli fecero una festa a sorpresa, raggiungendo la sua abitazione per mezzo di una barca e a ridosso di un matto col pallone bagnato dal circostante fiume. Il capro espiatorio di un teatrino allestito alle bene e meglio era. Un teatrino galleggiante, chicca per navigatori d’esperienza. L’acrobata stava fissato al soffitto, testa in giù. Il maggiordomo li fece entrare. La festa a sorpresa era diventata prevedibile marginale show. Almeno fino a quando non entrava in azione l’acrobata, con la sua camera in mano. Riprese e acrobazie a non finire. Dimenticò l’alcol e i poliziotti rompicoglioni. Al solo pensiero restava imperturbabile. Ma i suoi occhi dicevano già tutto. Ogni cosa, fuori posto. Quegli occhi, il suo sguardo, sempre al posto giusto. Un film, cameraman e attore al contempo. Quindi l’oblio. Destino d’acrobata finito a sigaretta rivolta contro in bocca. Come non scottarsi in caso di necessità. Roba da manuale del cascatoio. Era un maestro anche in quello del resto.

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