Al Cinema

INTERIEUR SALLE DE CINEMA VIDE, ECRAN BLANC, MURS GRIS

Percorri la strada che ti porterà al cinema quasi correndo. L’insegna si fa notare da un chilometro di distanza e già ti pulsa qualcosa d’indefinito nel di dentro. Prima della visione del film che hai scelto, dentro la tua mente ne scorrono altri dieci, cinquanta, cento, in dieci secondi o poco più. Frammenti d’immagini, scene in frammenti, rimasugli di sensazioni vecchie e come nuove. Stai andando al cinema e ad un certo punto, una volta raggiunta l’entrata, acquisisci consapevolezza. Sai già che film andrai a vedere e non perdi tempo nella scelta. Ti metti in fila alla cassa contando gli spicci, ne basteranno pochi. I prezzi sono aumentati ma poco importa. Stai andando al cinema. Paghi e biglietto alla mano, stretto come in una morsa, lo mostri alla maschera addetta allo strappaggio. Striip. Roba da fumetto. Anche di questo si nutre il cinema, oltre che di musica, letteratura, teatro, pittura, archeologia, filosofia, inganno, verità, materia. Un assolo. Te da solo eppure in calda compagnia in mezzo a sconosciuti che t’inoltri nella sequela di poltrone e poltroncine. Indeciso su dove posizionarti ti guardi attorno ed è l’unica volta che non badi tanto al fatto se ti metterai o meno vicino alla figa di turno. Fissi lo schermo e già noti una macchia sul lato centro-sinistro. Calcoli bene la visuale, spostandoti da destra a sinistra, da sinistra a destra, poi finisci al centro e guardi la sala in prospettiva panoramica grandangolare. Per certi aspetti stai già facendo del cinema. Se continuerai ad andare al cinema così spesso avrai un futuro da regista. Propendi per il lato posteriore, sul centro-destra. Siedi, infilando il biglietto in una tasca a caso. Cominci a sentire l’odore del tappeto e il dolciastro avvicinarsi della proiezione. Ti gratti la schiena sul morbido schienale, poi il naso. Pensi per una frazione di secondo ai caldi e profumati pop-corn che il barista sta cuocendo distrattamente. Lo sai che è distratto, perché a forza di vedere film, a forza di vederne di un certo tipo, di una certa qualità, hai sviluppato un intuito e un fiuto piuttosto rari. Il chiasso dei gruppetti di adolescenti inizia a smorzarsi quando si abbassano le luci e cominciano le pubblicità dei film di prossima uscita. Cominci a pensare a cosa potrai vedere dal giovedì successivo. Hai trovato la postura giusta. Schiena attaccata alla poltrona, una mano adagiata su un bracciolo, l’altra a sostenere il mento riflettente al di sotto di una testa già pensante. Le luci si smorzano del tutto. Il rumoreggiare degli ultimi arrivati e il chiacchiericcio di quelli giunti troppo presto cessa. I loghi delle case di produzione e di distribuzione aprono i battenti all’ennesima immersione nelle immagini. L’ennesimo viaggio. Un viaggio che costa sempre uguale ma che ogni volta è diverso, capace com’è di donare emozioni uniche e travolgenti. L’incipit cattura subito lo sguardo partecipe, mentre una musica che sale finisce per rivelare già una chiave di volta sulla direzione che la storia potrebbe prendere. Un fulmineo brivido ti percorre la schiena. Il regista di turno sa come muovere la macchina da presa e comincia a farlo vedere in funzione dell’evoluzione degli eventi, decisamente elettrizzanti. Quelle immagini abbinate a quella avvolgente musica comincia a lavorarti dentro in modo sensoriale. A metà film, assapori il gusto di una breve pausa. A un quarto dalla fine ti godi il climax. Un film d’amore che ti elettrizza quanto un thriller. Non te lo aspettavi. Il finale è lungi dall’essere didascalico e ti penetra dentro, quasi ti sconvolge. Quell’immersione piena di luce e di solleticanti ombre ti riporta in alto rispetto al sottofondo. Ed è come risvegliarsi da un lungo sogno ad occhi spalancati. Due o tre brividi ti percorrono più lentamente il corpo in più punti e vorresti non finissero mai. Ma tutto deve finire, prima o poi. Presto o tardi. Un’ora e quaranta minuti, per certi film-opera, sono troppo pochi. Sui titoli di coda deglutisci incertamente. Gli occhi lucidi e il cuore che pompa t’impediscono di alzarti subito ed uscire. Gli altri si alzano già, qualcuno potrebbe non averlo capito, assorbito. Ti sentirai una spugna. Ti sentirai un involto da confondere con la comoda poltrona. Provi il groppo in gola con la tentazione di tossire. Non lo fai. L’unica cosa che ti resta da fare è quella di poggiare finalmente la nuca sulla base della poltrona, ammirando i titoli che scorrono dal basso verso l’alto. In pochi secondi rivedi il film. Hai un’illuminazione, un istante prima che la luminaria apra di nuovo i suoi battenti, riconducendo tutto alla normalità, al monotono ordine apparente delle cose. Capisci che è ora di alzarsi, ma fai fatica. In quel momento quel che ti circonda è tutto fuorché ordinario. Hai assistito a qualcosa di straordinario. Esci con la consolazione che avrai sempre una seconda casa e che vale la pena farsi certi viaggi. Il cinema più vicino è a sette chilometri da dove abiti. Con trepidazione t’incammini facendoteli per la prima volta tutti a piedi. Avrai il tuo pubblico un giorno, intento a seguirti senza distrazioni. Gente che come te proietta visioni sublimabili nell’alveo accresciuto del ciclopico errare da uno spazio all’altro del grande schermo. Presto, arriverai; l’indomani, tornerai.

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