La felicità è un sistema complesso

felicità sistema complesso

Complessa la vita, meglio attaccarsi alle canzoni e non pensarci. Ma Enrico Giusti ci pensa sempre. Scruta bene le sue prede e al momento giusto cerca di convincerle a mollare l’osso ancor prima che sia spolpato del tutto, ad abbandonare l’impresa e far sì che sia definitivamente ceduta, prima che quel margine di buono tracolli. Lavora come intermediario per un’azienda che acquista società in crisi. Ci mancava una figura di questo tipo, non se n’era vista mai nemmeno l’ombra. Prima che sia troppo tardi, meglio mollare, ecco l’imperativo. Ma quando, a causa di un tragico incidente stradale, i genitori e imprenditori trentini di Filippo e Camilla Lievi, rispettivamente di diciotto e redici anni, perdono la vita e l’azienda finisce sulle spalle e nelle mani dei giovanissimi, allora Enrico tergiversa, scontrandosi con una caparbietà inaspettata nel voler mantenere le redini di qualcosa che  è molto più grande di loro. Forse Enrico pensa a quando lui aveva la loro età ed era succube del padre imprenditore, scappato in Canada a seguito di un tracollo finanziario e mai perdonato. Le carte in tavola possono cambiare ma ci sarà bisogno del sostegno di più persone, di più teste parlanti in grado di dare una svolta alle azioni societarie. A complicare ulteriormente le cose ci si mette la presenza in casa Giusti di una ragazza israeliana, ex fidanzata sedotta e abbandonata dal fratello, anche lui in fuga. Le mine vaganti che penetrano le problematiche scelte di Enrico, ridisegnano le costanti della sua vita offrendogli una nuova prospettiva.

Con uno sguardo scanzonato e riflessivo dall’interno di una società che offre poche soluzioni all’etica del vivere sanamente, il regista della commedia di successo Non pensarci, trasformata poiMastandrea felicità in una serie tv, Gianni Zanasi, coglie uno sguardo dissacrante sull’orlo del baratro per mezzo di un racconto che procede a scatti, scattini e scattoni, concentrato su un attonito Valerio Mastandrea (Enrico Giusti), all’apice della carriera, disinvolto e affannato al contempo, consapevole di quanto a volte la pacatezza sia a rischio sconfino nella follia. La pazzia dei nostri tempi, resa con squilibri descrittivi scazzati a forza da impiantiti musicali assonanti e dissonanti, che tonano le attenzioni generali improvvisamente e con lacerazioni aperte e stranamente gioiose su situazioni ad un passo dal tracollo e dal collasso emotivo. Un punto di forza di questo ottimo film, uno dei più significativi del cinema italiano degli ultimi quindici anni, è quello di riuscire a mantenere un invidiabile equilibrio tra motivi drammatici e comici, risolti in una commedia amara capace di saltare nella radiosità di una possibile via di fuga dai problemi sempre quando sono sul punto di trasformarsi in meste tragedie. Enrico comprenderà che ci sarà sempre differenza fra ciò che si ottiene e ciò che si vuole davvero compiere, e lo capirà attraverso le prese di posizione, a volte anche esilaranti, dei giovanissimi (esilaranti perché riflesse su un Enrico Giusti perfettamente Valerio Mastandrea). La convivenza forzata e disagevole, almeno inizialmente, con Achrinoam, la ragazza israeliana interpretata da Hadas Yaron (già vista ne La sposa promessa), schiude una nuova presa di posizione in Enrico, che si scopre sognatore (incantevole l‘eccentrico avvicinamento sentimentale tra i due) in bilico coi doveri, in fin dei conti, sempre e solo voluti dal padre scellerato imprenditore. La felicità è un sistema complesso appunto, tanto che non servono le “torte di noi” da dividere a pezzettini, utili a sfamare gente che ha già sformato troppo il passato mangiando sulla testa e nel cuore di gente che si stava costruendo invece un futuro. E lo shock di un tentativo di suicidio in piazza, in una delle scene più forti e significative del film, è ragione in più per muovere le leve infelicemente arginate dal vecchio che pesa e puzza.

la-felicità-è-un-sistema-complesso-1Urge una direzione differente, incombe una ferma e decisa presa di posizione. Enrico, condizionato anche dal caracollare bamboleggiante del suo superiore Carlo Bernini (Giuseppe Battiston), ha bisogno di sentirsi veramente a terra per potersi poi risvegliare con occhi rinnovati, dopo aver compreso la barbara inutilità di una svuotata guerra alla “new economy”. Probabilmente è per questo che Zanasi sceglie di raccontarci il suo mondo come una giostra rotante in un juke-box dell’anima. I Cani arrangiano gran parte della colonna sonora, che si muove franca e impavida, quando meno te lo aspetti, sulle note di una canzone dei Nouvelle Vague. Rimane solo il miraggio di quell’etica nell’imprenditoria vanamente ricercata, scolpita nell’ambiguità dei convenevoli. Enrico Giusti è il volto di quel miraggio. Sono i giovanissimi semmai, con leggerezza e profondità, come la coscienza della musica del resto, come la poetica di Zanasi, a doversi confrontare di più con quel miraggio, vittime inconsapevoli di quei padri che pur toccandolo con mano non l’hanno saputo contenere in un quadro di possibilità di risanamento. Non solo dei bilanci dell’economia, ma anche di quelli sullo stato di salute.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...