Wilde Salome

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Ogni creazione artistica è un viaggio. Ogni viaggio è una scoperta di sé, graduale, sorprendente, a volte mistificante. Dietro ogni creazione artistica c’è però una verità, quella del suo autore. Il più delle volte egli trascorre anni di ricerche, prima di arrivare ad allestire la messa in scena di un’opera o di organizzare e dirigere il set di un film. Tempo speso bene, ma tempo stressante, condito a volte da scelte che comportano sacrifici, e da dolorose rinunce. Nell’atto di creazione artistica che ha la sua origine nella fase di elaborazione delle idee per mezzo della scrittura, comincia il viaggio, inizialmente limitato allo stato mentale.

Wilde Salome Al PacinoIl punto di riferimento di Al Pacino, per il suo film Wilde Salome, è la vita di Oscar Wilde e la sua opera “Salomè” del 1893, messa in scena solo una volta, negli anni in cui il suo autore fu imprigionato. Ritenta un’operazione di abile commistione, come nella felice riuscita di Looking for Richard del 1996, dove la ricerca si fa strumento di sperimentazione e di assimilazione, comprensione non solo del testo, ma anche di se stessi e della motivazione per cui si è scelto d’intraprendere l’ennesimo viaggio negli atti aventi a che vedere con l’invenzione. Dentro un percorso metateatrale e metacinematografico, il film mostra le seguenti tappe: il viaggio fisico che Pacino fece visitando Dublino per fare delle ricerche sull’autore del testo teatrale preso in esame; lo studio del testo assieme alla troupe del film, i dubbi sull’effettiva resa delle idee messa sul tavolo sia per quanto riguarda la realizzazione del film cui assistiamo, sia per quel che concerne la realizzazione di uno spettacolo teatrale Jessica_Chastaintotalmente incentrato su un “reading”; le paure, i tormenti e la disperazione del suo autore per i pochi giorni e i pochi soldi a disposizione per poter realizzare il film; tratti del backstage comprendente le interviste ai fan che dicono la loro sia su Al che sulla lavorazione in corso; la parte documentaria sulle interviste ad alcuni esponenti culturalmente e mediaticamente di rilievo nel panorama mondiale, che dibattono sul valore dell’opera di Oscar Wilde; l’ironica immedesimazione di Al Pacino nei panni dello scrittore irlandese, probabilmente per provare a pensare con la sua testa nel corso di alcuni incontri; il risultato stesso del film in lavorazione.

Wilde SalomeUn film che noi possiamo visionare ormai finito, ma che come ci dimostra il finale, è un’opera in divenire, aperta ai più svariati scenari di costruzione, di ripetuta analisi, di meditazione delle componenti, di svisceramento delle parti, di direzionalità dei molteplici sguardi. In tutto questo, Pacino si muove con sfinito assennamento ai margini della scena di battaglia, mentre sul palcoscenico ondeggia a tratti riproducendo una particolare voce da alcuni definita “bisessuale”. Le logiche del denaro, come confessa in una scena cruciale del film – che non vuole essere un documentario ma piuttosto un vero e proprio film sperimentale – lo hanno praticamente logorato: “Always money, money … I am almost fifty years that I’ve been doing this and everything always depend upon the money”, confessa. Sei giorni per poter realizzare il film, non più di otto. “Fuck off” ai produttori, l’autore nell’autore finge di ribellarsi, ma è più forte la voglia di portare a termine il lavoro. La sua rabbia dietro i riflettori, è la stessa incontrollata di Salomè, che ha il volto eburneo e fiammeggiante di una vispa e sensazionale Jessica Chastain.

Jessica-ChastAlcuni dei momenti migliori e più riusciti del film, sono proprio quelli del confronto dialettico tra Pacino/Erode e Chastain/Salomè, con l’Erodiade interpretata da Roxanne Hart a intercalare le pervertite dispute. Al Pacino smantella l’opera di tutto il suo armamentario scenografico e sartoriale, rileggendola in maniera personale per cercare di catturarne l’essenza, scarnificando la scena di tutti gli orpelli possibili. Fa il contrario di quanto fece nel 1988 il folle visionario Ken Russell, con la sua delirante e faconda messa in scena dell’opera nel film Salome’s Last Dance. I dubbi di Pacino, nel dietro le quinte, sono i dubbi di tutti gli operatori e gli assistenti, sono i dubbi degli attori che condividono la scena con lui; ma sono loro, Erode e Salomè, i veri protagonisti del palcoscenico, squartato nelle sue fondamenta, divisorio fra due ossessioni che si vanificano, e i secondari, lapidari sguardi di chi è sullo sfondo lasciando al ludibrio della disfatta generale la propria gogna. I dubbi sull’effettiva riuscita dell’opera sono un tormento e il deserto il solo spazio dove liberarsene.

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