It Follows

ItFollows

Ti segue. Qualcuno, qualcosa che si muove inesorabilmente verso te. Si mostra solo agli occhi di chi ha ereditato una specie di esecrazione, e lo fa sotto una luce livida che mira ad imprimere con i contrasti fra luci (poche) e ombre (il giusto, minacciose). Questa cosa è trasmissibile per via sessuale e Jay, diciannovenne appena affacciatasi all’universo sessuale maschile con un certo smarrimento reverenziale, se la prende da Jeff, colui dal quale è attratta. Jeff, terrorizzato, dà istruzioni alla guardinga Jay su come potersene liberare. S’imbatterà in strani e minacciosi individui che la seguiranno con calma ma tenacemente in linea retta, entità in carne e ossa che a volte possono anche avere sembianze familiari. Il fitto mistero comincia ad andare a spasso con l’incubo e l’angoscia pervade capillarmente ogni singolo recesso della storia.

followsIl film comincia con un piano sequenza a movimento di macchina circolare, con una ragazza che entra in casa correndo e fuoriesce montando rapidamente in macchina, giunge frettolosamente al mare e una volta isolatasi fa una chiamata ai genitori dando loro un rapido e disperato addio, poco prima di fare un’agghiacciante fine. Quella che sarà la prossima malcapitata se ne sta invece rilassata nella sua piscina di gomma, intenta a osservare gli uccelli. Il profondo desiderio sessuale degli adolescenti cozza contro la paura trasmessa dagli adulti assenti: il sesso è pericoloso, occorre tutelarsi di fronte agli sconosciuti, l’educazione da impartire è quanto più quella di cercare di limitarlo. E invece no, non dovrebbe essere limitato, sembra volerci comunicare il solerte talentuoso regista David Robert Mitchell, al suo secondo lungometraggio, il primo a giungere in Italia con due anni di ritardo rispetto all’uscita ufficiale americana. Per potersi liberare dalla “maledizione” occorre passarla a qualcun altro, sempre alla stessa maniera, ovvero facendo sesso. Se quella persona non la passerà in fretta a qualcun altro, rischierà di venire perseguitata da simili presenze, che tenteranno in ogni modo di ucciderla. Le minacce si muovono quasi come degli zombie e hanno un solo obiettivo, quello di risucchiare via altrove l’anima degli sventurati. Occorre crederci per follows darkpotersi tutelare e difendere, non bisogna prendere nulla sottogamba, fa parte della nuova condizione di vita, perché è di condizione che si tratta, esser costretti a far sesso con sconosciuti, probabilmente per vincere qualsivoglia timore e provare a vivere la sessualità in maniera più libera e paradossalmente più controllata. Aiutarsi a vicenda può offrire una via di scampo, poiché chi è già stato vittima può continuare a vedere le minacciose presenze e aiutare il conseguente perseguitato.

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In questo sorprendente film, che lavora sulla suspense in maniera ingegnosa, non vediamo praticamente mai degli adulti, questi amici adolescenti sembrano vivere da soli ed è con l’appoggio incondizionato dell’amicizia che possono provare a combattere contro il cattivo mistero, senza venirne a capo. It Follows si rivela essere un film avvedutamente geniale, angosciante come pochi altri, tensivamente conturbante e nel vero senso della parola crucciante. David Robert Mitchell, che produce e sceneggia anche, conosce a menadito i film di genere horror e riesce nell’impresa di omaggiarli senza scadere in esplicite citazioni o deleterie scopiazzature di maniera: come De Palma dimostra che il cinema è un linguaggio e che la macchina da presa è uno strumento preziosissimo per catalizzare le attenzioni sui particolari di un disegno che va oltre il visibile e che è dentro a piene mani nell’invisibile; come David Lynch sa che il torbido sogno può prendere il sopravvento sulla realtà e trasformare la quiete in ineludibile foschia (vedi in particolare alcune atmosfere di Blue Velvet); come John Carpenter e Wes Craven dimostra che la minaccia è nell’aria o che si muove annidata dietro i cespugli di ogni sobborgo di una cittadina di provincia, nella consapevolezza che il confine fra sogno e realtà è alquanto labile e che le musiche possono essere quasi un personaggio a sé stante fin dentro le cave dell’orrore (la scoperta della musica elettronica di Disasterpeace aggiunge straniante rilievo alla centratezza degli scopi del film); come Herk Harvey e George Romero sa che non è tanto il passo della minaccia a terrorizzare bensì la traiettoria a lasciare letteralmente senza fiato; come i maestri della fantascienza anni ’50 sa che il terrore incombe nella mente dei comuni mortali quando è ignoto e sembra provenire da molto lontano (lo impara soprattutto da Don Siegel, ma anche dai b-movie che i ragazzi vedono con un sottile filo d’ansia in alcune scene del film, sempre soli a casa ovviamente); come Jacques Tourneur e il suo fido produttore Val Lewton, sa perfettamente che l’orrore migliore capace d’insinuarsi sottopelle è quello suggerito, senza l’esigenza di un visibile che negli anni Duemila è diventato sempre più sovrabbondanza di particolari visivi e acustici. Gli attori sono tutti giovani sconosciuti eppure ci convincono perché verosimili (la protagonista Maika Monroe ora può tranquillamente ambire a ruoli degni di attenzione, è bella e brava).

Ma una minaccia, a tratti, sembra incunearsi negli anfratti più reconditi del fare cinema, questo tipo di cinema. Gli attori, gli interpreti, alcuni attori, parte degli stessi interpreti sembrano cercare una via di fuga da quella macchina da presa che spesso e volentieri li insegue senza braccarli o che li bracca senza inseguirli, implacabilmente tenuta in pugno da un operatore guidato dagli occhi e dal pugno duro del regista. Che stiano tentando di scappare anche da lui e dal suo tentativo di registrazione della verità, della loro verità? Basta tenersi per mano e stare vicini vicini, con la cognizione che non si è mai al riparo da certi ritorni. Basta tenere le mani strette, l’una dentro l’altra.

 

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