Moonlight

Roma FF11 moonlight_2016_film

C’è una scena significativa del film che sembra racchiudere in sé tutto il senso dell’opera seconda di Barry Jenkins: Little Chiron (Alex R. Hibbert) cerca di rimanere a galla in equilibrio sulle possenti braccia del suo “mentore”, il calibrato spacciatore Juan (Mahershala Ali). La vita di Chiron, suddivisa in tre fasi – infanzia (Little), adolescenza (Chiron, Ashton Sanders), età adulta (Black, Trevante Rhodes) – è un continuo andare in apnea scivolando dentro stadi febbrili di distacco da una madre tossicodipendente (Naomie Harris), e uscirne fuori per respirare a pieni polmoni lungo il sentiero indotto dall’improvvisato “mentore”, che prematuramente (ingiustamente) lo sceneggiatore e regista decide di far uscire di scena. Quando i primi sussulti sessuali bussano alla porta della pubertà, il taciturno Chiron chiede consiglio a Juan e alla sua bella compagna Teresa (la cantante Janelle Monáe). I primi turbamenti conducono Chiron a credere di essere gay e il primo contatto sessuale avviene con un suo amico, Kevin (Jarrel Jerome), che in età adulta (André Holland) torna a cercarlo. Segno che qualcosa è rimasto.

moonlight-1Il dispiegamento emotivo di questo racconto di formazione sulle strade assolate e struggenti di Miami, si dipana su saliscendi interiorizzanti, dove il dolore è visto come urgente necessità di crescita. Rigoroso ed essenziale negli efficaci dialoghi, il film è un’affermazione del palpabile disagio che si può provare restando appesi a recondite paure, vivendo, Chiron, il distacco con la problematica madre e la separazione netta dai soliti bulli della scuola come un atto necessario di pulizia e liberazione: impedire che altri decidano per te, del resto è stato uno dei primi consigli datigli dal saggio Juan, spacciatore per indigenza.

moonlight-2Barry Jenkins opta per un taglio registico ricercato nell’espletazione del dolore, scegliendo di non calcare la mano con l’evolvere delle tre fondamentali fasi di crescita ( e su questo pare evidente l’influenza del maestro afroamericano Charles Burnett), ma poi la narrazione smarrisce qualcosa sia in termini di carattere che di scioltezza, adottando un registro discrezionalmente orizzontale, fino a un finale meno efficace di quanto pareva annunciare la magnifica scena del ritrovo al bar con l’amico Kevin, in prossimità dell’epilogo. Nulla da togliere in termini di esaustività a un gruppo di attori che meritano di essere eretti sugli scudi dell’acclamazione (su tutti Mahershala Ali, André Holland, Naomie Harris).

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La strada non è una scappatoia, piuttosto una sentita fase di passaggio, un imbuto esistenziale attorcigliatosi su minuziosamente, un andare avanti che è anche un tornare indietro. Sembra essere il solo modo di aiutarsi.

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