Una

RomaFF11

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Appuntamento in fabbrica. Qualcosa da rigettare via, prima di entrare. Appuntamento col passato di una giovanissima donna. Peter, in verità Ray (Ben Mendelsohn), è incredulo, quando rivede dopo tanti anni Una Spencer (Rooney Mara). La deve prendere a parte, devono parlare con una certa urgenza lontano dai colleghi di lavoro di Peter, Ray. Cominciano una serie di reciproche confessioni che fanno riemergere a galla ricordi frustranti di attese deluse e mal ripagate, confusi avvicinamenti e distanziamenti da una relazione proibita generatrice di traumi e attanaglianti rimorsi. È qualcosa che scotta e che rischia di bruciare una volta per tutte entrambi. C’è d’andarci cauti. Nell’ambiente chiuso della fabbrica, mentre è in corso una riunione di lavoro importante nella quale si decide chi licenziare fra i dipendenti, il passato torna a scaldare mettendo a soqquadro menti e corpi. Certi errori prima o poi, in un modo o nell’altro, devono essere riparati e non è mai troppo tardi per capire a fondo. Tensione, ambiguità, l’innocenza perduta fra sensi di colpa, ma nonostante tutto, imperterriti dietro un’ossessione divenuta rapidamente malattia.

dueScritto da David Harrower, tratto dalla sua opera teatrale “Blackbird” e diretto dall’esordiente Benedict Andrews, il film è un complesso di colpe proibite ben calibrato, efficacemente diretto, con una costruzione delle psicologie ammirevole: la calibratura è data dall’equilibrio che Andrews dona alla stizzita dialettica fra due grandi attori, Rooney Mara e Ben Mendelsohn, capaci di lavorare con parsimonia e assoluta credibilità sulle sfumature della disagiante, allarmante condizione post-traumatica; la direzione offre agli interpreti, anche per via della claustrofobica ambientazione, la giusta dimensione per poter esprimere al meglio ciò che è nelle corde di tutti, ed è palese che lo sia, l’intero film rende evidente quella sensazione di controllo su ogni dettaglio, dalla scena ai personaggi, dalla struttura, dove i flashback s’incastonano con perizia nelle maglie della narrazione, alla capacità espressiva di lavorare sui tempi giusti di svelamento delle risultanti; la costruzione delle psicologie fa dialogare ciò che viene abilmente raccontato con quel che, nel sottotesto (altro elemento trattato encomiabilmente), lo spettatore è spinto ad immaginare. Un passo oltre il racconto, una modalità di attuare il dialogo con il pubblico attraverso la scrittura quasi innovativo, e non solo, se il montaggio offre una traiettoria centrata della incrinatura delle assi portanti generando variabili a certezze mal riposte, le musiche fanno emergere, con incisiva schiettezza tonale, il dubbio dentro il dubbio, lasciando che l’opacità del classico giochino del gatto col topo si dissolva gradualmente di fronte alla nuda e cruda realtà dei fatti.

In fin dei conti, la chiave di tutto è avviluppata nel titolo che è anche il nome della protagonista: Una l’unica, la sola; oppure una come tante altre tredicenni? Nella complessiva spartizione delle colpe, senza richiamate assoluzioni, sceneggiatore e regista ci confessano che gli errori, il più delle volte, si fanno in due e che la verità ultima sarà sempre quella a cui fa comodo credere. E potrebbe servire dover credere a una menzogna, nella fuggevole speranza dell’accettazione. Il tempo è passato, dopotutto.

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