Meeting con Rodrigo Grande

 

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RomaFF11 Resoconto conferenza stampa con il regista del film Al final del tunel.

r-gLo sceneggiatore e regista argentino Rodrigo Grande parla del suo film “Al final del túnel”, un intrigante connubio di thrilling, seduzione,intrigo, mistero, impotenza, ingegno, suspense. Ambientato in un set interamente ricostruito in studio e girato quasi interamente all’interno dello stesso, ad eccezione di rapide scene in esterni mentre la pioggia scroscia battente, il film è un abile meccanismo a spirale, dove un uomo costretto a stare su una sedia a rotelle, scopre il piano di una banda di criminali, capeggiata da uno spietato boss, intenta a voler svaligiare la banca accanto al suo appartamento. I criminali scavano un tunnel per ottimizzare i tempi, ridurre i rischi e passare “inosservati”. Joaquin, l’uomo sulla sedia a rotelle, scopre anche che la sua nuova coinquilina Berta è stata mandata dal criminale capo Galereto, e lei ha una figlia muta, Betty. Le carte si scoprono e Joaquin pensa di scombinare i loro piani, senza mettere in conto che di mezzo c’è anche qualcun altro.

Vedendo il film viene da pensare non solo a Hitchcock, ma anche a “Blow Out”, dove c’è una persona che ascolta e attraverso l’ascolto si dipana il mistero. Questi due esempi sono stati importanti per l’intreccio del vostro film?

Sì, Hitchcock forse è stato presente insieme a tanti altri nella fase del pensiero, in quella di scrittura invece non c’è stato nessuno in particolare. Non è un’opera che tende a rubacchiare qualcosa da qualcuno. Per quanto uno voglia sfuggire all’influenza è impossibile scappare da quello che uno ha visto, vissuto, ascoltato. Penso però che nella messinscena mi abbiano senz’altro influenzato Polanski, De Palma, Tarantino e Orson Welles.

Durante la proiezione stampa il suo film è stato molto applaudito, non siamo soliti farne di applausi. C’è una ragione specifica nel fatto di aver iniziato il film con un grande sfoggio di montaggio volto a colpire lo spettatore, quando poi la storia prosegue su un altro tipo di narrazione, di ritmo?

Credo che abbia a che vedere col fatto che all’inizio del film si stabiliscono le regole sia narrative che visive. Uno sceneggiatore, un regista, inizialmente ha piena libertà. Poi il corridoio si fa sempre più stretto, non è possibile violare le regole stabilite all’inizio. Questo spiega anche l’impostazione del film, fondata molto sul ritmo. I buoni film di genere tendano a chiudersi verso la fine, ci si concentra su una sola ambientazione e con pochi personaggi, anche per rispetto del pubblico.

Il film è quasi interamente ambientato in interni, la location è stata interamente ricostruita o si tratta di qualcosa di preesistente?

Se il film lo avessimo girato nelle location reali sarebbe stato più difficile e d’impatto minore. Nella ricerca fondi, abbiamo fatto uno storyboard completo e già in quella fase ci siamo resi conto che per potenziare il film dovevamo ricostruire tutto. Tutto è stato girato in studio e ci siamo potuti permettere questo lusso facendo tutto come avevamo immaginato, grazie al produttore Pablo Echarri, che è stato anche un attore meticoloso e preciso nel rispettare i dialoghi sul set. Lo storyboard è stato utilissimo perché ci ha permesso subito di capire cosa si sarebbe visto alle spalle dei personaggi. Il direttore della fotografia è stato fondamentale nell’architettare il figurativo.

Ci può dire qualcosa sul lavoro con gli attori? Se ci sono state delle prove e se avete avuto tempo e modo di lasciare del margine all’improvvisazione. In che modo, infine, vi siete rapportati con l’attrice Clara Lago? Trovo la sua performance significativa, anche per via della forte componente di sensualità che emana la sua presenza.

Non sono un fautore dell’improvvisazione sul set, non credo che all’improvviso ti possa venire un’idea migliore di quelle che hai avuto precedentemente lungo mesi o anni di studio e lavoro. Sono aperto ai suggerimenti e alla possibilità d’inserire qualcosa di nuovo all’interno della sceneggiatura quando parlo con gli attori precedentemente rispetto alla lavorazione effettiva del film. Il dialogo è molto importante. Penso che ogni attore sia diverso, è un caso a parte, e come regista più che guidare gli attori, li accompagno per far sì che ognuno diventi il proprio personaggio. Gli attori non devono essere soltanto degli eccellenti attori, ma anche delle persone intelligenti. Per intelligenza intendo che comprendano il senso di un film e che quindi non si mettano a discutere sul set di cose poco importanti che comporterebbero solo una perdita di tempo. Clara Lago, ad esempio, è una professionista che si è dedicata al film consegnandoglisi completamente.

 

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