Fai bei sogni

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Il corridoio semibuio di casa Gramellini, inquadrato ripetutamente, è silenzioso. La madre, luminosa e giovanissima, spunta dal riparo delle ombre aprendo le danze. Perché il nuovo film di Bellocchio vive sospeso fra luce e ombra, quiete e disagio, malfermità e vigoria. Concentrarsi sulla dialettica fra la vitalità di una madre con un male (forse) incurabile e un figlio, attonito, innamorato, che ha ancora tutto da vivere e, soprattutto, da digerire. Una contrapposizione che mi ricorda Il bosco di betulle di Wajda (lì era il fratello tubercolotico del protagonista ad infondere vita in un contesto di desolante castigatezza). Ma Bellocchio, trascendendo il lutto del giornalista italiano Massimo Gramellini, dal cui romanzo è tratto il film, opera un ribaltamento misurato e autorevole sull’assenza mutilata, sulle colpe dei padri, il mistero della fede dietro e sopra a tutto, il tempo muta-volti e segnanime, sorvolando sulla mera illustrazione per designare una vera e propria summa della sua poetica.

faibeisogniAl piccolo Massimo viene detto che la madre, in una mattina come tante altre dove lei solitamente si fa trovare accanto al suo lettino, è stata colta da un infarto “fulminante”. Cosa potrà mai significare quella parola: fulminante? Se lo domanda costantemente Massimo, battendosi e facendosi forza grazie al suo compagno di giochi immaginario Belfagor, affinché la verità sulla madre venga a galla. Il padre ha il coraggio di mentire a se stesso per tutta la vita, tutte le persone che ruotano attorno a Massimo sanno ma non riescono a confessare, altresì lo stesso Massimo non vuole trovare dentro di sé la risposta e anche da adulto ci mette più tempo del dovuto a maturarla davvero; l’esperienza da inviato di guerra a Sarajevo e l’aver praticamente assistito al suicidio in diretta di un noto politico (la scena col politico interpretata da Fabrizio Gifuni è di una tensione disarmante) non lo segnano allo stesso modo. L’affacciarsi alla fase adulta di Massimo è figlio della sua precarietà emotiva: traccheggia con una giovane e bella ragazza per poi idealizzare l’occasionale conoscenza di una graziosa infermiera,  interpretata da Bérénice Bejo, a seguito di un primo attacco di panico, la quale sembra introiettare la giusta percorrenza all’ignaro Massimo.

Gramellini adulto ha il volto sgomento di Valerio Mastandrea, quello pacioccone di Nicolò Cabras da bambino e quello dell’adolescente disorientato di Dario Dal Pero; tre sodali interpretazioni del beisognidolore dell’autore del libro (Mastandrea dichiara di non aver voluto leggere il libro per non farsi condizionare dalla vita di Gramellini), filtrate attraverso l’occhio impietoso e più onirico del solito di Marco Bellocchio. I passaggi più spietati del dramma non cedono facilmente il passo al melodramma e sono intervallati da una serie di stasi gioiosamente audaci (la spassosa scena del balletto sulle note di Surfin’ Bird offre a Mastandrea l’ennesima occasione per tirare fuori la sua verve comica), tanto nei contenuti quanto nello stile, fortemente allegorico (basti pensare non solo all’attestazione di fiducia del piccolo al mistero di Belfagor con la sua maschera, ma anche all’apparizione come ombra su di un muro di luce di un locale della minaccia del Nosferatu oppure l’urlo a bordo della piscina del film Cat People o ancora la fugace entrata in scena della Carrà alla tv, come ponti-medium da assolvere per staccarsi dallo scempio del reale), in virtù della ricchezza del linguaggio simbolico che il regista di Bobbio sceglie di registrare (l’esemplare del salto nel vuoto che torna creando parallelismi col tuffo in piscina della nuova compagna di Massimo, un ideale di superamento del trauma tramite una catarsi, laddove l’annegamento si fa alternativa di morte). E come si potrebbe soprassedere la selezione musicale, che cattura, in maniera sussultoria – come la luce fotografata da Daniele Ciprì e come le inquadrature nette dentro la prospettiva sfocata del racconto – i manifesti illusori e malinconici di varie epoche, dalla fine degli anni Sessanta, quando parte la vicenda, fino agli anni Novanta?

D’altronde, i bei sogni se ne stanno raggomitolati tutti dentro quel guscio protettivo, unica e sola certezza acquisita che la mamma – col volto tremendamente rilucente del suo animo della lieta scoperta Barbara Ronchi – avrebbe potuto/dovuto costruire per riparare dai mali degli altri adulti, dei padri, dei vecchi e di tutti quegli uomini di fede presunti affidatari del giudizio divino, il figlio. Forse questo Fai bei sogni oscilla di una luce e di ombre proprie, proprio quando decide di metterci al riparo con madre e figlio da tutti i mali del mondo, nell’esatto momento in cui i loro volti cambiano trasalendo la prospettiva della luce, di quel raggio che filtra attraverso la finestra illuminando le lacrime della mamma mentre balla davanti al figlio, che attonito, muta espressione, neanche avesse visto una Dea, e non un Dio invano qualsiasi.

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