Just la fin du monde

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Dodici anni di assenza e quasi non sentirli. Assenza da casa, dalla famiglia della sedimentata isteria, da un passato da consegnare una volta per tutte agli infelici, colanti a picco, trascorsi. Louis (Gaspard Ulliel), scrittore di successo, torna a casa dalla madre (Nathalie Baye) e dai fratelli per comunicare qualcosa d’importante che lo riguarda, che concerne nello specifico la sua salute, ma le attenzioni dei familiari gravitano su annose, pletoriche questioni irrisolte, logoranti just-la-fin-du-mondeconflitti, stadi esorbitanti d’incomunicabilità. Il fratello maggiore Antoine (Vincent Cassel) è nel pieno di una crisi di nervi sprezzantemente trasmessa come un virus alla sorella Suzanne (Léa Seydoux), che conosce per la prima volta Louis, trovando in lui quel grado di sopportazione che ormai le è estraneo, come allo stesso Antoine è ormai estranea qualsiasi forma di comprensione e di benevolenza nei riguardi di un fratello che aveva eccessivamente incettato le attenzioni della famiglia. C’è anche la cognata Catherine (Marion Cotillard), sguardo sbigottito, comunicatività esitante, con la quale Louis scambia degli sguardi che rivelano più di ogni altro incrocio di pensieri balbettanti, la disperata esigenza di una reale congiunzione.

madre-e-figlioIn fin dei conti è solo la fine del mondo, dell’universo di ricordi conservato nelle segrete della premurosità di una madre che preferisce non sapere per non far diventare un dolore privato l’ennesimo massacro di pubblica concessione domestica, di un fratello che non può fare a meno di scalciare via qualsiasi forma di mediazione a causa di un latente risentimento, di una sorella che ha perso il controllo di sé per terso vittimismo o dissonante pigrizia? La fine del mondo per Xavier Dolan, 27enne regista canadese di enorme vitalità e gran talento, è anche la fine del teatro dentro il cinema e la fine del cinema dentro il teatro; fa sì che si arricchiscano da una fusione reciprocamente intensa, in grado di non far pesare quel sistema di opposizioni che spesso e volentieri ha finito per limitare i film tratti da testi teatrali. In questo caso, il testo teatrale scritto da Jean-Luc Lagarce nel 1990, ha un sua specificità linguistica necessariamente da rispettare per poter restituire sul grande schermo quelle emozioni soffocate, urlate, incontenibili, che Dolan amministra con precisione, senza dare mai l’impressione di star producendo qualcosa di meccanicistico o peggio ancora di evitabilmente logorroico. È lo sproloquiare di quasi tutti i personaggi del film, ad eccezione di Louis e Catherine, a rendere in realtà quel linguaggio unico, discernibile, anche e soprattutto per il suono che produce, per la sua goffa e ripetitiva concentricità dissonante, disarmante agli occhi di chi resta inevitabilmente intrappolato fra l’esigenza di dover dire la verità e l’impossibilità di riuscire a farlo. Per un lavoro così accurato, rigorosamente e claustrofobicamente inquadrato dall’operatore André Turpin, c’era quindi l’esigenza di mettere assieme un gruppo di attori dall’elevata caratura. Le scelte ricadono così su certezze acquisite quali Nathalie Baye, Vincent Cassel, Léa Seydoux, Gaspard Ulliel e l’essere marionumano cardinale nel giuoco delle parti del film, la bella Catherine, attraverso il cui sguardo passano gran parte delle sensazioni contrastanti del film, interpretata da una incantevole Marion Cotillard. Così, le pupille dilatate della dolce Catherine s’incontrano spesso e volentieri con quelle di Louis che ricerca l’ispirazione dell’affioramento di un ricordo negli anditi mal riposti di  un polveroso materasso messo su in verticale o nella luce di una calda estate che non può nulla contro l’esplosione della fatale irruenza delle bestialità grondanti veleni, ed è da lì che la musica, citata, riferita, riassemblata dalle parti, a volte s’innalza al di sopra del disegno dei personaggi, nel tentativo di zittire quell’alterità che impedisce loro di trovare quell’armonia che è la base stessa di un buon brano musicale. Louis si rende conto che è impossibile comporre un discorso sensato e il suo sguardo tracima trasognata illusione di un cambiamento che solo l’irrompere fluttuante delle canzoni dell’adolescenza, vibranti frammenti dell’iniziazione sessuale, può lasciar aderire alle immagini “clippate”. E ci riesce così bene Dolan, anche per i suoi trascorsi come regista di videoclip, da lasciar che la musica irrompa nel pastrocchio faticosamente verbale nel tentativo di ricondurlo al piano estinto del silenzio. Il delirio febbrile della collera collettiva ha un atteso crescendo che un improvviso simbolismo animale smorza abbassandone i toni, un passo oltre l’esplosione della a lungo covata violenza. Dolan ci gira attorno come a voler ridare una speranza, ma il sudore cola sul collo tracciando sinuose linee di solleticamento cervicale e il sole evolve sull’arancio.

Un out of focus insistente demarca i margini delle esitanti inquadrature di chiusura, dipanandosi negli angoli bui di una casa dove l’apertura e la conseguente chiusura della porta che si affaccia sul giardino, sembrano suggerire che la fuoriuscita è data dal profondo respiro. L’aria all’interno è satura, fuori gli adulti fingono di dimenticare allentando la tensione con lo smorzamento apparente dei toni. È giunto il tempo di respirare a fondo per Louis, con ai piedi la morte, mentre la colpevole penombra ne circuisce la sagoma sul limitare della soglia di casa.

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