Paterson

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Paterson, a Paterson, vive scansionando il proprio tempo accanto alla dolcissima moglie Laura, particolarmente presa nel decorare la loro casa di variopinte stoffe e colori, sognando un futuro da cantante country. Paterson scrive poesie, componendole e ricomponendole a secondo del flusso che lo accoglie e lo accompagna all’andata e al ritorno dal lavoro come autista di bus, prendendo ispirazione dalla casualità della vita e dall’amore che più di ogni altra cosa al mondo prova per sua moglie. Fra di loro c’è il piccolo bulldog Marvin, cane sornione, con il quale verso sera Paterson va a spasso, fino al pub dove sistematicamente beve sempre la stessa birra, sotto lo sguardo del proprietario afroamericano con il quale scambia piccole disamine sul vivere moderno. Attorno, tutta la vita e la poesia, sublimazione di quell’amore che non ha bisogno più di tanto di concetti espressi a voce e che vibra tanto sul taccuino dove fissa indelebilmente versi, quanto sugli scambi che riceve e che è in grado di dare per mezzo di quella stessa poesia, sublime salvezza dall’ordinarietà precostituita matrimoniale.

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Jim Jarmusch, scrive e dirige con precisione millimetrica, dipanando il racconto, privo di un reale intreccio, dentro una tranquilla impostazione temporale, come antidoto alla cupezza delle tragedie, nonché ad ogni forma di caos e di brutalità che spesso e volentieri, oggi, inquinano i film. Il magico semplicismo che ne consegue afferma una volta di più l’essenza insita nell’idea di cinema del regista americano: l’affermazione poeticamente macroscopica dei piccoli dettagli esistenziali, fonte primaria di fertile humus per la creatività. Sono le parole, intrecciate nelle azioni quotidiane di Paterson, interpretato da un trattenuto e morbido Adam Driver, a divenire il flusso del film: composte per scomporsi nei blocchi dei doveri patersonpatersonlavorativi, si ricompongono nei passaggi fra andata e ritorno da casa, nell’osservazione adulatrice e servile della natura, nella casualità con la quale gli incontri servono quasi da ispirazione per la creazione o la riformulazione delle parole, delle frasi, dei concetti che poco a poco si tracciano come storie di una storia. Accanto alla pacatezza riflessiva di Driver desta quasi scalpore la squisita dolcezza della meravigliosa Golshifteh Farahani, capace di rincuorarlo di qualsiasi noia stimolandolo nel profondo. La sicurezza domestica, lo sguardo turbante del cane impiccione, la zuccherosa presenza di Laura (la Lei di Petrarca che si oppone quasi al Driver attore, nel film autista di autobus in quel di Paterson, lui che Paterson fa di nome),

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 la cassetta delle lettere che non sta mai in piedi e che forse necessiterebbe di un block-notes ricco di poesie per far sì che possa tenersi in equilibrio, il routinario percorso in autobus con un occhio all’orologio e l’altro al finestrino opposto al saliscendi chiacchierato dei passeggeri, la franante separazione di una coppia di afroamericani frequentatori il pub dove Paterson si rifugia per abbeverare la stanchezza saltuaria della pienezza d’animo. Tarsi di pavimentazione armonica che scivolano addosso come una tenera corrente d’acqua tiepida, resa a tratti calda dalle parole che in versi prendono le redini dei racconti del quotidiano, l’ordinario significante di cui Jarmusch può essere ormai considerato un maestro, che qui compie la sua corrispondenza più lieta, piena, potente della sua filmografia ricca di gioielli.

Paterson si rivela un diamante capace di rintracciare nelle analogie e nelle inaspettate sorprese – come quella meravigliosa sul finale legata all’incontro col poeta giapponese sulla panchina dove spesso e volentieri il protagonista trova pace e ristoro nell’atto d’ispirazione poetica – la chiave per un composit di disarmante bellezza.

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