Incontro con Roberto Parisi

Ricordi dei cinema che furono

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  1. Roberto Parisi chi è. Come si è avvicinato al cinema e al circuito di sale capitolino?

Avevo uno zio che era medico e conosceva l’ingegnere Francesconi, un suo socio che costruiva le sale e le riammodernava. Francesconi aveva tanti cinema. Ho iniziato nelle sale piccole attorno alla metà degli anni ’60 come proiezionista, da studioso, contrariamente a tanti altri che lo facevano senza aver studiato. Fare il proiezionista è un mestiere molto bello perché ti trovi a contatto con le pellicole,  ti vedi i film e non hai nessuno che ti comanda sopra. Passi il giorno in una cabina cinematografica.  

  1. Vive attaccato al passaggio a livello. Il rumore del treno che passa è qualcosa di familiare ormai per voi e potrebbe essere paragonato a qualcuno o qualcosa che ha tradito la vostra fiducia e che ha deciso di andarsene, tornando però come se niente fosse quando meno se lo aspetta. L’incessante passaggio del treno non la fa pensare a tutte quelle sale che a Roma hanno lasciato il segno come meteore senza avere nemmeno il tempo di raccogliere quel pubblico che oggi non è più nemmeno di passaggio, un pubblico che si è auto-isolato dentro quei surrogati tecnologici che lo distraggono sempre più, invadendo inevitabilmente il suo privato, da quel cinema che ama prendersi i suoi tempi? Questo fantasioso preambolo per arrivare a parlare del motivo per cui siamo qui. Più di 40 cinema hanno chiuso i battenti, molti di essi sono stati trasformati in banche, sale bingo, alberghi, ecc. Molti altri sono stati dismessi e abbandonati, divenendo dei veri e propri reperti archeologici. Una penuria culturale che progressivamente, dagli anni ’80, ha condotto sempre più all’abbandono della cultura raccolta. Le va di esprimere un sentimento a parole su tale moria culturale?

Non ci sono rimaste molte parole. Le sale erano una parte della nostra vita, vi trascorrevamo intere giornate dentro, coi nostri sogni e col tempo non solo per vedere film, ma anche per leggere e farsi una cultura.  

  1. In realtà trattasi di un processo irreversibile che ha origine negli anni ’40 con la chiusura del Cinema Puccini se non erro. Vuole spiegarci quali sono state in parte le ragioni del disastro? A mio avviso, oggi più che mai, uno dei maggiori problemi deriva dai centri commerciali che hanno centralizzato ogni cosa, imprigionando in contesti dove sembra esserci tutto, ma poi quando si esce si ha l’impressione di non aver visto niente, di non aver vissuto alcunché. Cosa ne pensa?

Il Puccini era di terza visione ed era della mia azienda, ad esempio. Una ragione primaria è stata la motorizzazione, l’utilizzazione delle macchine a livello di massa. Agli inizi degli anni ’50 c’è stato il boom del Cinema. In sala entravano 830 milioni di persone, solo Roma ne vendeva circa 100 milioni. Roma aveva una caterva di cinema, 270 monosale sparpagliate sul territorio. Il cinema era come un negozio di alimentari. Adesso 100 milioni se ne vendono in tutta Italia. La differenza è che all’epoca si usciva dalla guerra e ciò ha influito non poco. Con il boom economico la gente cominciò ad avere altre forme di svago e la frequenza iniziò a scendere in maniera vertiginosa, in seguito anche a causa dei computer, degli smartphone e dei centri commerciali. I centri commerciali sono tutti nelle periferie delle città e il problema è sempre legato alla motorizzazione. Tutti hanno la macchina sotto il culo, che ti consente comodamente di andare lì, parcheggiare senza problemi e stare al fresco al riparo apparente da intemperie di varia natura.

  1. Viviamo in un’epoca dove a sopravvivere sono gli ibridi, la commistione di attività diversificanti l’offerta. Alcuni cinema stanno riaprendo tentando di aprirsi a questa sorta di esperimento sociale. Pensa che possa essere l’unica soluzione?

No, perché la ragione della ristrutturazione era quella di diversificare, almeno a livello progettuale, già quando hanno cominciato a chiudere i primi cinema. Poi in quanti hanno fatto effettivamente una cosa del genere? Praticamente nessuno. 

  1. Nel mio nuovo film dal titolo “Tundra”, un mockumentary organizzato a tappe davanti ai cinema dismessi e abbandonati come delle catapecchie, davanti ai quali sosteranno esseri umani in cerca di comprensione, preda d’imprevedibili stadi di follia, di idiosincratiche forme di protesta, sermoni poetici calamità di sguardi intrusi, eccentriche manifestazioni artistiche, davanti alle quali le due protagoniste, una ragazza e una bambina – vettori all’alba di una nuova era con alle spalle la guida di un saggio anziano custode di una preziosa pellicola – tenderanno loro la mano in segno di solidarietà; i luoghi presi in esame saranno gli ex cinema Africa, Astra, Aureo, Embassy, Gioiello, Metropolitan, Puccini, Tristar, Troisi, e una scena adiacente l’Impero. Vuole raccontare degli aneddoti riguardo questi cinema in particolare?

Mi ricordo di alcuni aneddoti riguardanti certi cinema, nella fattispecie l’Astra, prima che facessero il multiplex della Bufalotta (uno di quelli che incassa di più), lo avevano trasformato in cinque sale, mai aperte. Era della famiglia Longobardi che aveva tanti altri cinema nella Roma periferica. Pensavano a fare i soldi ma erano di un’ignoranza incredibile. E’ rimasta abbandonata, dopo la costruzione avvenuta negli anni ’80. Il cinema Astra era frequentato dalla signora cosiddetta “delle mani di fata”, che profferiva agli adolescenti presenti in sala prestazioni sessuali, iniziazioni ai misteri della sessualità. L’Embassy era tutto moderno, c’era una galleria molto bella e da fuori fa ancora adesso un certo effetto, nonostante lo stato d’abbandono. Era di Berlusconi. Il Gioiello era della mia azienda, era una sala da centocinquanta posti, puzzava e non incassava. Il Metropolitan aveva il più alto numero di dipendenti perché c’erano tante uscite di sicurezza e per ogni uscita la legge prevedeva che dovesse esserci un addetto. C’erano cassieri, mascherine, donne delle pulizie, turnisti vari, in tutto circa 47 dipendenti. La sala del Tristar, che era di De Laurentiis, è stata ceduta a seguito di un’alluvione.      

  1. Pellicola o digitale? Un pensiero rivolto al cinema del passato e una riflessione su quello presente e futuro.

Il digitale si vede bene contrariamente a quanto dicono, non hai tutte le imperfezioni della pellicola, adesso poi è decisamente migliorato. Certo, il colore, il timbro della pellicola hanno qualcosa di unico. Sentimentalmente sono legato alla proiezione in pellicola, perché è con quella che sono cresciuto. Cent’anni di Cinema sono finiti.  

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