Il Padre d’Italia

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Diventare genitori non è mai stato così complicato come nell’Italia di oggi. Un Paese desolato e desolante, dove Paolo, un trentenne schivo, omosessuale, che lavora all’interno di un megastore di Torino, una notte, all’interno di un locale frequentato esclusivamente da gay, incontra casualmente Mia – neanche fosse caduta dal cielo o da un pertugio nel muro – una ragazza esuberante in tenera attesa da sei mesi. La ragazza trascina letteralmente Paolo in un viaggio attraverso l’Italia del presente, da nord a sud, senza un reale intento di sedimentazione, piuttosto secondo un vacuo moto d’aleatoria insoddisfazione che li conduce ad un’insperata, vorticosa congiunzione. Due anime in tumulto che si incontrano scoprendosi per gradi, mano a mano a scendere, partendo da quelle debolezze che solitamente si tengono nascoste per anni e che invece qui, Fabio Mollo, sceneggiatore e regista, e Josella Porto, sceneggiatrice, mettono in primo piano sul piano del racconto, fluentemente elaborato in una sospensione a quattro mani e due occhi. Sono proprio il tatto e la vista i sensi scelti dall’autore per essere pizzicati dalla regia ondivaga e dalle atmosfere elettro-pop anni ’80 ingranate su impennate musicali alla Xavier Dolan. La tangente musicale è decisamente al centro della forma filmica, dà sostegno alle interpretazioni, facendo quasi dimenticare, nel suo afflato incantatorio i limiti strutturali della sceneggiatura, nella quale, tutto sommato, spiccano le tipicità dei due protagonisti Isabella Ragonese (qui particolarmente convincente, si esibisce a sorpresa anche in una notevole performance live di una cover degli Smiths) e un Luca Marinelli, quasi agli antipodi dei recenti successi Lo chiamavano Jeeg Robot e Non essere cattivo.

La scrittura, faticosamente calibrata anche nei dialoghi (un’informazione chiave, ad esempio, viene fornita troppo prematuramente), passo dopo passo, proprio abbrancandosi alla forza dei due personaggi primari, e in seconda battuta anche di quelli secondari, trova una ragione di vita, una testimonianza del passaggio alla sfera adulta della vita, dove il bambino che c’è in ognuno di noi deve necessariamente maturare per poter ambire alla paternità, indipendentemente dall’orientamento sessuale; anzi, secondo Mollo, è proprio dalle certezze acquisite che ci si deve staccare per poter prendere il biglietto di sola andata verso una nuova vita. Puro istinto animale capace di rimettere in discussione le certezze acquisite. Ed è proprio dentro quest’armonia sospesa e sovente incantata, nell’inebriante emotività delle componenti degli avanzamenti liberatori, il vero punto di forza di un film che pur guardando ad Amelio (in particolare a Il ladro di bambini) nel tono inizialmente dimesso, riesce a trovare una propria dimensione emotiva fremente di vibrazioni, sia a Torino che a Roma, sia a Napoli che a Reggio Calabria, quantunque a Messina.

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