Autopsy

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Tony e Austin Tilden lavorano in un obitorio di loro proprietà, padre e figlio, un bel rapporto familiare che porta in calce i volti di Brian Cox e Emile Hirsch. Cosa rara avere due grandi attori in un film dell’orrore. Quando nello scantinato di una casa in Virginia, teatro di un misterioso duplice omicidio, viene ritrovato il corpo di una giovane donna, il cadavere viene preso in esame per l’autopsia dall’esperto medico legale Tony Tilden e da suo figlio. Più complicato del previsto determinare le cause della morte, avvenuta di certo non per cause naturali, anche perché il suo corpo è in condizioni a dir poco perfette fuori, mentre dentro c’è tutto un mondo: lingua recisa, polsi e caviglie fratturate, una cecità apparente. Scavando dentro il suo corpo, una vera e propria topografia di orrori da sezionare, il mistero viene a galla e la situazione si fa davvero pericolosa per la loro incolumità, mentre la radio annuncia una tempesta.

Il regista norvegese André Øvredal, memore dei meccanismi di claustrofobia oliati alla perfezione da grandi maestri del genere horror quali George Romero e John Carpenter (in particolare quello de Il signore del male), dirige un macabro e asfissiante rituale maledetto, magistralmente tenuto in piedi da frazionate e concupiscenti svolte narrative, senza affastellare il racconto di aneddoti insignificanti, puntando invece su l’essenziale. La tensione che si respira è palpabile, l’idea di gestirla quasi interamente all’interno dell’obitorio è quanto più congeniale, come l’idea del campanellino che inganna legata al segnale se sono davvero morti, anche se poi è proprio quando si esce fuori, sul corridoio e fin dentro l’ascensore, di poco distanti dal fitto mistero del corpo della soprannominata Jane Doe, che il film prende qualche malandata buca, smarrendosi in sorprese telefonate e poco spaventevoli, fino a un epilogo troppo presagibile.

L’interesse, nonché la valvola di sfogo e l’impronta dell’autore sta tutta concentrata nel corpo, in maniera quasi cronenberghiana, della fotomodella irlandese Olwen Catherine Kelly, fenomenale nel restare immobile ad ogni occasione di sbalzo muscolare, imbottita di protesi lungo tutto il corpo, e capace di rendere oggettivante l’apparente inespressività; ed è proprio dentro il suo corpo che filtra la miglior narrazione, all’interno del quale i Tilden indagano con sorprendente e crescente disagio (bravissimi nel palesarlo a partire da delle impronte di stampo psicologico), come degli investigatori a caccia d’indizi strutturali nel tentativo di orientarsi in quella che è una vera e propria mappa organica di eccidi.

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