Dunkirk

Operazione Dunkerque, operazione Christopher Nolan. 1940-2017. Stesso senso della sopravvivenza, uguali direttive da improba impresa lungo quasi un secolo. Nella sopravvivenza dei 400.000 uomini impiegati nella Operazione Dynamo – belgi, francesi e britannici bloccati sulla spiaggia di Dunkerque nell’attesa di essere liberati dagli attacchi aerei dei tedeschi avvenuti nel 1940 nel corso della 2° guerra mondiale – si cela la resistenza ovvero l’interesse difensivo/offensivo di tutta la cinematografia di Nolan: cercare la soluzione meno ovvia e più impervia cercando di raccontare una storia principalmente con l’ausilio di audio-immagini di rara efficacia e potenza. Sulla spiaggia di Dunkirk i soldati coinvolti, le star e gli attori coinvolti nella battaglia non si distinguono e  vengono bersagliati da un nemico inizialmente invisibile: scelta impopolare e certamente anti-hollywoodiana. Tutti coinvolti e per questo indistinguibili dalla massa. La salvezza, per certi versi improvvisata con imbarcazioni di fortuna, rende tutto funzionale all’idea di base: la guerra è un orrore senza vinti né vincitori, ed è così che, senza alcuna retorica, Nolan tratta i fatti.

Il regista inglese racconta per la prima volta nella sua significativa carriera dei fatti accaduti realmente e lo fa senza snaturare minimamente il suo modo di pensare e di dirigere i film. Costruisce il film-opera come una partitura musicale con l’ausilio del compositore Hans Zimmer, attraverso una struttura tripartitica (terra, mare, aria) innescata per mezzo di un segnale di partenza rappresentato da un ticchettio di orologio volto a generare un ritmo senza sosta, una suspense perpetua all’interno del percorso auditivo del film (per alcuni è fin troppo invadente, per altri semplicemente insinuante). E non c’è davvero sosta in questo film con una sceneggiatura sinteticamente efficace – la più breve di tutta la sua filmografia – all’interno della quale il tempo, come sempre, ha una valenza sincreticamente dialogica. Ogni accadimento, ogni dettaglio, ogni parola (fra le poche dette) contribuisce a comunicare un senso di disagio nella solennità del messaggio di fondo (il mondo è caos e la mente riordina nella speranza che il corpo abbia la meglio), facendo sì che il pubblico possa schierarsi con ciascuno di loro, senza parteggiare per nessuno in particolare. Le incredibili scelte di regia innervano il film di una forza visiva imponente, letteralmente immersiva, che rende i soldati più che degli eroi dei soldatini bersaglio di qualcosa di nettamente più grande di ogni umano sforzo (in un racconto di guerra che non è mai sfarzo di mezzi, seppur imponenti). Nolan ha dichiarato di aver preso spunto da molti film di guerra – a partire dalla pietra miliare “All’ovest niente di nuovo” di Lewis Milestone e dal claustrofobico capolavoro di Ridley Scott “Alien” – ma la sensazione è che l’insieme delle risultanti elevino Dunkirk a qualcosa di unico e irripetibile – inoltre tutto il molo con le imbarcazioni e gli aerei da guerra è stato ricostruito sugli stessi luoghi dove la storia ha per l’ennesima volta lasciato il segno. Se la complessità capziosa di molti dei suoi film aveva fatto storcere il naso a molti arrivando erroneamente a far credere che Christopher sia un regista troppo cerebrale e contorto e poco sensibile, anche per via di un recondito bisogno dello spettatore medio di comprendere tutti i contenuti di un film in una botta sola, stavolta i dati reali sui quali il regista inglese ha costruito la sua nuova macchina da guerra audiovisiva risultano chiari e vanno dritti al punto prendendo dalle persone, dagli attori e dai loro azzeccatissimi volti, l’essenziale, e dalle cose, gli oggetti di scena abilmente ricostruiti su scenari, quel che basta e avanza.

Il caos intemperante fra terra, mare e cielo è scandito come un’opera del terrore, con un nemico che non è solo alle spalle ma anche sopra la testa o accanto a pochi centimetri di distanza. Il caos è dipanato lungo traiettorie inesplicabili al confine con l’accesso a un altro mondo oltreoceano, oltre il quale le bombe cesseranno di esploderti in faccia, dentro un territorio amico dove l’acqua del mare o la sua figlia sabbia potranno disinfettarti le ferite rivelandosi come porti sicuri dentro o sui quali attraccare per mettersi al riparo. Nulla stride nel sofisticato e brutale disegno delle parti, e il cielo, seppur infiammato dal fuoco delle traiettorie di salvezza ipotetica, finirà bagnato dalle acque del mare, facendo sì che il ritorno a riva sia meno lacerante del previsto, nell’accettazione mestamente contemplativa di una rintronante ferita difficilmente sanabile, ravvolta in uno sguardo sull’uscio dell’occorrente silenzio.

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