Blade Runner 2049

Los Angeles non è mai stata così inospitale, trent’anni dopo la grande fuga di Deckard. La cupezza del fuligginoso cielo, le montagne di rifiuti, la strabordante tecnologia, il cibo spazzatura in ogni dove, una pioggia battente che non lava via i peccati della Tyrell Corporation rilevata dalla segreta società di Niander Wallace. Quando arriva la neve finisce per non seppellire come dovrebbe i replicanti feriti e forzatamente allontanati, come il Nexus di cui è a caccia un certo Agente K. Esistono dei “blade runner” che hanno la missione di “mandare in pensione” i vecchi, scovandoli anche al di fuori di L.A. per poi mettere fine alla loro esistenza. L’Agente K è uno di questi, egli vive roso dal dubbio a seguito di un’inattesa rivelazione. Dopo un grande blackout che ha distrutto praticamente tutti i dati digitali conservati negli archivi, i cosiddetti “blade runner” devono sporcarsi le mani per poter acciuffare coloro che secondo il potere rappresentano una reale minaccia, perché non obbedienti come i nuovi modelli progettati da sir Wallace. La rivelazione nell’extra mondo fa sì che il marchingegno disposto dalla Tyrell s’incrini a fronte di una ricerca che ricondurrà K dal famigerato uomo in fuga Rick Deckard, alla scoperta di un passato inevitabilmente da ricostruire.

Un immaginario espanso, ammaliante, stupefacente, con una capacità di rigenerazione oltre l’immaginifico universo chiuso creato da Ridley Scott, dal quale ripartire per instaurare un rapporto con gli ambienti sorprendente, una interconnessione con il tecno-inferno di mirabilia creativamente audace. Nella foschia contundente tipica del mondo dello scrittore dal quale è nato tutto (Philip K. Dick), l’ampliamento visivo/prospettico felicemente operato da Denis Villeneuve funge da filtro per le emozioni, condensate sui tratti espressivi del carismatico volto di Ryan Gosling, attore capace come pochi altri di lavorare sulle sfumature – molto più di un Harrison Ford che comunque in questo ritorno non sfigura. Difatti, Blade Runner 2049 è un film-opera che lavora su delle vere e proprie nuance di colore, su un tono indaco che ottunde la vista e i sensi, capace di schiarire su un giallo tendente all’oro in una delle sequenze più belle e dense di richiami del film, mentre l’oscurità della notte regna da padrona, rischiarata soltanto dalla neve nel tentativo di bloccare la incessante tempesta – la stessa tempesta ormonale che confonde e disorienta l’Agente K nel suo asettico e sintetico appartamento dove vive col suo incantevole ologramma (la splendida Ana de Armas). Roger Deakins in questo senso opera puntualmente dentro mezzi esorbitanti, costruendo uno dei suoi capolavori di luci e ombre. Dove invece il film si piega a dinamiche più prevedibili è nella sceneggiatura, impastata dentro una coltre di umanesimo rapidamente indiziato, incapace di svelare quelle attendibili sottotrame che ci si aspetta da film dello stesso genere. Laddove si sperava ci potesse essere più di una sorpresa, in realtà il film si ferma a riflettere, il che non è necessariamente un difetto, ma ci si aspettava qualcosa di più spiazzante nel modo in cui arrivano ad interagire i vecchi replicanti con il nuovo, per far sì che la scoperta attingesse un poco meno dai temi-cardine della filmografia di Villeneuve: l’idea di famiglia e di appartenenza.  La controllata suspense, all’atto risolutivo non decolla, anche a causa di alcuni personaggi non adeguatamente sviluppati – vedi il Wallace interpretato come una sorta di totem da Jared Leto che avrebbe potuto/dovuto interagire col protagonista della storia. Rivelazioni e scontri si frappongono così in maniera compassata, tardivamente rispetto alle aspettative del pubblico, togliendo smalto e carburante a un film che invece a livello audiovisivo/sensoriale – c’è anche qui lo zampino di Hans Zimmer a dilatare le sonorità originarie dei Vangelis – offre un’esperienza cospicua, rilevando una pesantissima eredità, quella del sequel di uno dei più grandi capolavori della storia.

Alla fin fine non conviene chiedersi poi tanto cosa sia umano. L’umanità non la si riconosce più, urge distinguere il vero dal falso, l’artificio dalla pulsante verità. L’Agente K prova a sorvolare sulle coordinate integrate del sistema, stordito dai miraggi insiti nel nero-pece, sobillato da ricordi più veri del vero s’intrufola per la smania di sapere, ed è lì che la forza del film permane pur senza deviazioni del tracciato, nel manto di infinitesimali sensazioni costruito attorno al corpo sbattuto e allo sguardo ferito di Gosling, trattato come una replica di un immaginario. Un essere umano come un mondo immaginato, una base di partenza dalla quale ricominciare, a vivere.          

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