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L’incubo, nella cittadina di Derry, ha le sembianze di un enorme clown e sembra provenire dalle viscere della rete fognaria. Gli adulti serbano nel silenzio gli indicibili orrori del vicino passato, mentre i piccoli cominciano a viverne i riflessi con sconcertante realismo. Nel mezzo vi sguazzano i soliti bulletti della scuola che tartassano la banda del Club dei Perdenti, capitanata da Billy, fratello del piccolo Georgie, misteriosamente scomparso a causa della terrorizzante cosa denominata “It”, o meglio descritta col nomignolo di Pennywise. Al gruppo si aggiungono nuovi piccoli testimoni di un orrore che sta sopraffando tutto e tutti, un male capace di giocare con le paure più ataviche, qualcosa che ha dimora nel profondo del subconscio e che attecchisce come una radice malata al sistema dei buoni sentimenti, inficiando la serenità dei rapporti con gli adulti, assenti o banalmente crudeli.

A partire dalla dicotomia tra adulto non adulto e adolescente adulto ben evidente sin dall’origine del romanzo di Stephen King e dalla miniserie tv realizzata nel 1990 da Tommy Lee Wallace, Andres Muschietti pone le basi per il suo racconto di formazione adulta, nel tentativo di recuperarne le atmosfere e il cuore di un mito generazionale. Egli sceglie di filtrare la paura sulle assi portanti di un racconto sfrontato e divertente,dove gli aspetti più terrificanti del mostro – espressi caparbiamente da Bill Skarsgard nella parte del clown ma con un pizzico in meno d’imprevedibilità rispetto al Tim Curry che conosciamo – divengono il cuore propulsore nella ricerca sensazionale del brivido.

It MuschiettiMuschietti dirige consapevole dell’impossibilità di attuare un ricalco, affrontando con cautela ciascun episodio, badando bene però a non edulcorare troppo gli aspetti più forti. Vi emerge una dimensione decisamente più virulenta – vale su tutte la magnifica e impressionante scena dell’infelice scoperta del clown del quale ne fa le spese il piccolo Georgie – nel tentativo di cogliere l’anima esatta del romanzo, trasportando la prima parte della vicenda dalla fine degli anni ’50 alla fine degli anni ’80. Peccato non poter riprodurre la temporalità a cavallo fra varie epoche appartenente a King e dover suddividere la storia in maniera così netta fra due epoche e due fasi di studio del male.

ItNella sceneggiatura, a cui ha messo mani anche Cary Fukunaga, manca la cura e probabilmente la possibilità di approfondire il percorso di crescita individuale di ciascun personaggio, tant’è che la storia scorre velocemente e con eccessiva premura, inficiando in parte quel senso di attesa che si percepiva invece nel film di Wallace, e anche quell’imprevedibilità restituita a Pennywise, nelle sue svariate e multiformi variabili trasformative. Ciononostante, almeno nella prima parte, quella più interessante, le modalità con cui Muschietti sceglie di affrontare la scoperta del terribile clown sono misurate e inquietanti, anche grazie all’autenticità restituita dovuta alla felicissima selezione di naturali volti di un gruppo di ottimi e giovanissimi talenti attoriali che non fanno certo rimpiangere i vecchi – su tutti Jack Grazer (l’asmatico),  Jeremy Ray Taylor (il paffutello) e Sophia Lillis (l’unica donna del club).

it-palloncino-rossoCol passare dei minuti però, a parte l’indissolubile e rilevante valore dato all’amicizia, i brividi vengono sempre meno, complice un eccessivo utilizzo degli effetti sonori jump scares e di una CGI oltremisura congiunta alle irreprensibili capacità espressive di Bill Skarsgard. Coacervo di tali obblighi produttivi – come quelli di dover eliminare alcune scene particolarmente cruente o emblematiche le componenti caratteriali di alcuni personaggi – diviene pertanto la sequenza finale all’interno della grotta che consuma malevolmente qualsivoglia sintomo di minaccia serpeggiante ancora nei meandri delle menti e dei luoghi percorsi e ripercorsi dentro e attorno la foce-scappatoia di ogni residuo d’inciviltà.

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Perdurano, tuttavia, i colori e le brutture di un’altra epoca da riportare faticosamente a nuova forma, con un occhio alla nostalgia e un altro ancora più evidente alle più urgenti ordinanze da botteghino.

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