FFR12 day2 Detroit

La nebbia di “Una questione privata” non è mai stata così fitta, è una nebbia micidiale che sembra disorientare persino gli attori che prendono parte al genuflesso teatrino subdolo e squilibrato imbastito dai fratelli Paolo e Vittorio Taviani, dal famigerato omonimo romanzo di Beppe Fenoglio. La guerra è ancora più distante per il pubblico che assiste alla disfatta della ricerca dell’amicizia, dell’amore, irrisolta in guerra. Luca Marinelli è disorientato e si perde nel guado delle insensatezze, nella errata convinzione che i migliori attori italiani possano essere in grado, come gli americani, gli inglesi o i francesi, d’interpretare qualsiasi cosa. Marinelli si muove col passo incerto di chi non sa bene quale direzione prendere, bloccato fra le rilevanti esperienze precedenti e una nuova prospettiva a cui sembra voler ambire con poca convinzione. Anche gli altri attori non sono da meno e in particolare Lorenzo Richelmy e Valentina Bellé ne escono come deformati nei tratti, appena illustrativi e come svuotati di ogni introspezione o attesa spinosità della questione, a fronte di un passato che avrebbe dovuto essere esplorato in maniera più congrua e corposa. I Taviani ci avevano abituato a opere ben più sobrie ma d’altronde il tempo passa e sarebbe esagerato imputare loro gran parte delle colpe di una produzione nazionale in preoccupante ristagno creativo. Né la passione d’amore fraintesa, né la verità offerta all’esperienza partigiana dal romanzo vengono trasferite sullo schermo. Gli attori sembrano recitare come imbalsamati dentro una recita liceale, senza la convinzione di poter calcare palcoscenici più ambiti perché inverosimili. Ebbene sì, palcoscenici, perché di questo si tratta. Le valli, la nebbia, i soldati, gli amori non corrisposti, nulla di tutto ciò, nulla più alla fine. E si finisce per non credere più nemmeno alla guerra.

Quasi agli antipodi è invece il film del giorno, l’atteso ritorno della matura regista californiana Kathryn Bigelow, con Detroit, nuovamente scritto da Mark Boal (come per gli ultimi due suoi film) che racconta con taglio ardito e tesissimo i soprusi della polizia dietro ai sanguinosi scontri del 1967 per le strade di fuoco di un’America inconcepibilmente disastrata da tensioni razziali e incomprensioni varie. Qui, ogni minutissimo dettaglio offre un’autenticità inclassificabile – ha del miracoloso per il modo in cui centra l’obiettivo nel concerto di urla e dolori – a partire dalla scelta del cast fino alla direzione degli stessi attori, dai primari ai comprimari, dai secondari alle comparse. La Bigelow, sorretta perentoriamente da una regia alla lunga ridondante per la smodatezza nell’utilizzo della macchina a mano – sempre per il discorso di restituire una estrema veridicità alle azioni concitate – offre una parabola avvelenata di prepotente attualità, una fortissima denuncia verso le intolleranze e la giustizia ingiustificabile. Il caso del gruppo di neri torturati a seguito di una irragionevole bravata di uno di essi, da un gruppetto di poliziotti razzisti, nella parte centrale del film diviene il fulcro dell’aspra diatriba, il cuore pulsante del film, dove giganteggia il minaccioso talento di Will Poulter, nei panni del micidiale poliziotto razzista che aizza anche gli altri alla ossessiva ricerca di un’arma che non c’è. Cinque giorni di scontri che volano in un battibaleno, addensati dentro un pugno di rabbia lungo 143 minuti densamente efficaci, contro gli 84 di Una questione privata che sembrano non voler scorrere mai.

Si esce storditi e disagiati dai ritratti di storia farciti di strumenti politici rivolti al presente. Da una parte un fascismo inconsistente del quale non avvertiamo il parallelismo con le sporadiche manifestazioni del presente, dall’altra un razzismo datato eppure concretamente reale e tangibilmente ancorato al qui e ora dell’attuale politica americana.

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