FFR12 day3

Il festival di Roma attinge di nuovo da film che hanno l’urgenza di denunciare i soprusi del sistema, il cinema mondiale continua ad attingere da romanzi e storie vere. Vittime del terrorismo risalenti alla maratona di Boston del 15 aprile 2013. Jeff Bauman perde entrambe le gambe rimanendo in vita a lottare sia per la dignità che per la riconquista della sua ex ragazza. A raccontarne questo fondamentale snodo drammatico della sua vita in Stronger è l’eclettico David Gordon Green che da regista indie si trasforma in regista che si prostra volentieri alla causa del mainstream. Pur attento nel modulare particolari dell’esistenza di Jeff Bauman, il film non riesce ad evitare un pietismo eccessivo nei riguardi del suo dramma. Lodevole la critica all’immagine collettiva data ai media che tentano con ogni mezzo possibile di spettacolarizzare il dolore, irreprensibile l’opportunità equivalente a oro offerta a Jake Gyllenhaal per ambire al premio Oscar: enorme sforzo interpretativo unito a una trasformazione fisica che si focalizza sulle notevoli componenti espressive dell’attore, affiancato dalla energica Tatiana Maslany. Oltre al pietismo che a vari stadi genera smisurata compassione e inevitabilmente commozione a più riprese, il film sbanda soprattutto quando propende per un epilogo edificante con la società dello spettacolo a cui lo sport spesso e volentieri sottostà. Tutti applaudono trasformando la vita di Jeff in uno show che sceglie di non entrare a patti con la sofferenza privata, né con quella di un pubblico che si vede costretto ad empatizzare con articolate e familiari forme di ricatto emotivo.

Last Flag Flying segna invece il ritorno di un altro eclettico, Richard Linklater, con il seguito de L’Ultima Corvée di Hal Ashby, dal libro scritto dal co-sceneggiatore Darryl Ponicsan, autore anche del romanzo dal quale è stato tratto il film del 1973. Lontano dal mirabile equilibrio fra commedia e dramma del film di origine, Last Flag Flying lascia l’America errante ferita dalle guerre intestine troppo sullo sfondo, abbandonandosi per l’ennesima volta a quel cinema verboso e a tratti petulante del cinema di Linklater, con lo sguardo sempre proiettato al passato. Fra malinconia del tempo andato e stordimento di un presente da ricostruire, il film si muove incerto sulla direzione da prendere, andando sul sicuro con un terzetto di attori ben amalgamati. Steve Carell, Laurence Fishburne e Bryan Cranston non gigioneggiano né giganteggiano e Linklater cerca di tenere a freno la fanatica scurrilità del suo precedente film. Del terzetto dà briglia sciolta a Bryan Cranston che riempie il film di buffe situazioni di cazzeggio generale, allentando la dolenza di un dramma che non esplode mai, implodendo piuttosto dentro sberleffi oltremisura impiantati nel tessuto del racconto di viaggio. La sensazione finale è quella di un qualcosa lasciato a metà, di un’occasione sprecata, di una fase di stallo ridente che sembra voler sviare l’urgenza di un messaggio specifico, di una presa di posizione più netta che certamente avrebbe giovato, considerando soprattutto i temi che il film tocca con poco nerbo: la memoria, la solitudine, la vecchiaia, il tedioso patriottismo, le ferite di un popolo di trascurati veterani di guerra. Sulle note affettazioni sbiadite di un onore a rigor di patria e a furor di popolo, si chiude il film, aizzando sventolii della bandiera americana. Dovrebbe fungere da vestigia per i morti in guerra, ma finisce per non rispettarne il dovuto silenzio commemorativo.

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