Tre Manifesti a Ebbing: Missouri

Tre manifesti vuoti, una città in disordine, un’anima in subbuglio. A Ebbing, nel Missouri, Mildred Hayes ha da poco tempo perso sua figlia a seguito di un brutale atto di violenza sessuale. Non si rassegna all’indolenza perversa delle forze dell’ordine del corpo di polizia locale e decide di passare letteralmente all’attacco facendo allestire tre manifesti provocatori volti a scuotere le coscienza di una cittadina ignorante e dormiente. Il carnefice potrebbe anche essere stato uno di passaggio e la polizia non sa venirne a capo. Nonostante ciò, lo sceriffo Bill Willoughby non si rassegna, nonostante una malattia terminale lo attanagli. A generare ulteriore scompiglio si aggiungono le gesta discriminatorie e vessatorie dell’agente Jason Dixon, un saputello idiota vittima di un’infanzia vuota da colmare con gesta insensatamente dannose. Tra privazioni, ostacoli di ogni risma e barbari incroci, l’esistenza della signora Hayes sembra precipitare, fino a che un gesto tragico di rassegnazione non scatena una girandola di ritorsioni genialmente in bilico tra conflitti interiori ed esteriori di portata scespiriana.

Il talento del commediografo e regista britannico Martin McDonagh era evidente sin dal suo film d’esordio In Bruges ma qui, al suo terzo film dopo 7 psicopatici, arriva l’opera della maturità espressiva. Tre Manifesti a Ebbing incarna al meglio lo spirito di rivolta e rivoltante di un’America allo sbando, un’America ferita, disordinata, pericolosa e in pericolo. Tutti o quasi i personaggi del film vivono un’impasse, non riescono a raggiungere un equilibrio, e si torturano torturando il prossimo, come se non ci fosse un domani.

McDonagh, coscienziosamente con un occhio di riguardo all’odierno, intinge le sue consuete tonalità da dark-comedy psicotica con una radice western e un sottotesto neo-noir, generando una eterogenea composizione di elementi – sfrenati, irriverenti, corrosivi, anarcoidi, spiazzanti – volti non solo a rinnovare i vari generi ma anche a scardinarne le fondamenta, riuscendo persino a infiltrarvi componenti poetiche e grottesche, a fronte di una struttura narrativa ben congegnata. Tutto questo riesce grazie alla forza, all’originalità dai tratti ondulatori, obliqui, con cui sono scolpiti tutti i personaggi, come la solida pietra frantumata della protagonista, impersonata da Frances McDormand, nel ruolo della vita, aitante donna dall’approccio fortemente maschile che si aggira per Ebbing con un fare da bandito alla disperata ricerca di un ordine da dare alle cose. Fra gli altri, a ergersi in cattedra scorgiamo Sam Rockwell, Woody Harrelson, Caleb Landry Jones, Lucas Hedges, Abbie Cornish, senza dimenticare il poco citato Clarke Peters, nel ruolo dello sceriffo che tenta di riportare ordine negli ignominiosi fatti.

THREE BILLBOARDS OUTSIDE OF EBBING, MISSOURI

La sensazione che il film di Martin McDonagh s’incastri nel tempo della storia dei film, deriva da tutta una serie di situazioni utili a riordinare le idee sulla potenza e crudezza del dramma – innumerevoli sono le scene indimenticabili e sconcertanti – un dramma dal pathos slegato da una base melò, una tragedia che inganna senza rinnegare il senso dietro al rigido impietosirsi delle sortite da branco del “fai da te”, dando la sensazione che tutti siano pronti a tutto e che quel tutto possa esplodere da un momento all’altro. Il regista evita il melodramma con grande abilità, abusando del volgare e incivile contesto, tagliando e ricucendo qualche secondo prima dell’ostentazione di un dramma privato fattosi improvvisamente di pubblico dominio.

I volti inceneriti dei nemici celati negli stivali delle stimate comodità d’uso stipate dietro le tendine dell’ottusità faticheranno a rivelarsi per quel che è la loro reale natura. Consci della natura fittizia dell’assunto, finiamo per rivoltarci sulla poltrona una volta scoperti ad ammirare il paesaggio – bello e fortemente cinematografico – stagliarsi sull’orizzonte dei protagonisti, impegnati in una idiozia da randagi del crimine. Il finale è lì, a pochi passi, eppure stenta ad arrivare. Il film se ne va e con lui tutti quei suoi bizzarri e così veri personaggi, mentre noi vorremmo tutto questo non finisse mai.

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