Pillole di Regia – Pensare e disporre un film, basi e trucchi di un mestiere d’Arte

Il cinema, da più di un secolo a questa parte, è sempre stato una grande mongolfiera. Un grande schermo capace di farti volare lontano da quella poltrona dove si rimane incollati, preda di quelle emozioni che l’insieme delle componenti filmiche fanno sì che prolifichino in noi in maniera incipiente. Le immagini e i suoni ci riempiono vista, udito e cuore e proliferano di suggestioni immaginifiche. Sedimentandosi, ci restituiscono un’esperienza utile, il più delle volte, a fare di noi dei creativi, nei casi migliori degli autori. Un film nasce da un’idea che come un seme si sedimenta nella nostra mente per radicarsi gradualmente nella nostra coscienza. Consapevoli della ricchezza contenutistica dell’idea, che a volte può essere anche un semplice spunto, si arriva poi all’articolazione della stessa tramite una sinossi. Una sinossi è utile, in poche righe, a focalizzare l’attenzione sul tema centrale del film e sulla sua essenza narrativa che verrà poi successivamente sviluppata in un soggetto. Generalmente, se la sinossi è di poche righe, il soggetto è di poche pagine. Sono dell’idea che basti poco per rendere chiare e intellegibili le intenzioni primarie, perché ogni film ne ha sempre di secondarie, il cosiddetto sottotesto che mantiene alta l’attenzione dello spettatore ad ogni inevitabile svolta narrativa. Ci sono film che sembrano sostare, paiono non voler articolare un discorso eppure ci rimangono impressi per le loro qualità dialogiche. Il cinema è un grande mistero e vale la pena esplorarlo senza andare fino in fondo alle cose apparentemente inspiegabili. Il cinema è la sistematica affabulazione attesa e ripetutamente sorpresa, capace di rivelare traiettorie inesplicabili, rivelando il desiderio disarmante, e quindi il bisogno reale, di voler sconfiggere la morte. Nella sua impresa certo impossibile, il cinema esplica il suo fine d’immortalità, vero e proprio obiettivo del realizzare film.

Quando arriva il momento di scrivere una sceneggiatura – il più delle volte dopo essere passati attraverso la fissazione degli obiettivi per mezzo di una scaletta e l’ampliamento della trama e delle vite dei personaggi (che dovrebbero plasmare gli attori) – il film ci si forma in testa come un puzzle a cui dare un primo ordine, nella consapevolezza che esistano sempre tre film: quello che si scrive, quello che si gira e quello che si monta. Tre film diversi. Se si entra in questo ordine di idee, sarà più facile non rimanere troppo delusi quando si scoprirà poi sul set che la maggior parte delle idee avute sul testo poi saranno difficilmente realizzabili. Problematiche che valgono soprattutto in ambito indipendente, la mancanza di risorse limita non poco la scrittura ma aguzza ancor di più l’ingegno. Un esercizio di resa complesso e stimolante che può riservare non poche sorprese. La sequela di scene di una sceneggiatura può far evolvere in una direzione diversa quanto scritto in precedenza, un problema non di poco conto. Il flusso di azioni che si susseguono dal momento in cui la storia prende forma nella nostra testa è tale da sballottarci come se fossimo su una montagna russa. Un autore deve poi avere l’elasticità di sapersi ripensare. Una sceneggiatura andrà sottoposta a più revisioni ed è consigliabile mettersi all’opera distanziandole le une dalle altre, per poter analizzare a mente fredda quanto scritto. Sarebbe utile, inoltre, avere un revisore, un accanito lettore, una ulteriore persona di fiducia acculturata, capace di dare un’opinione obiettiva su quanto scritto, per sdoganarci dall’idea di scrittura in isolamento, fondamento della creatività. Ciascuno ha il proprio metodo, il proprio stile, il proprio sistema di ricerca della concentrazione, ma i nostri problemi, il nostro punto di vista, la nostra immaginazione devono essere confrontate con quelle degli altri, dal momento che si presume che in futuro le nostre idee siano sottoposte all’attenzione del pubblico, che può anche non avere una grande cultura ma è in grado di riconoscere l’autenticità. Tre sono le paroline magiche celate dietro alla riuscita di un film: autenticità, rigore, atmosfera. In molti film si finisce per non credere a quanto viene raccontato per mancanza di autenticità, per assenza di credibilità nelle interpretazioni (frutto il più delle volte di una cattiva gestione del corpus attoriale), per una sciatta esposizione dei fatti, privi del tutto o quasi di analisi sociale all’interno di un contesto in rapido mutamento. Quando parlo di rigore non voglio dire che si debba essere per forza come Dreyer o Bresson ma che il sapersi esprimere con la macchina da presa sia uno dei fondamenti del sapere fare film, e da qui nasce uno dei fondamenti della regia verso il quale nessun regista può o dovrebbe sfuggire: sapere dove piazzare la macchina da presa. Con il rigore, indi per cui, si vuole dare un’espressione a quanto viene mostrato, un punto di vista preciso attraverso il quale si narra un fatto per nasconderne poi un altro (abilità primaria del fare cinema). Quel punto di vista può essere anche variato sul set ma ciò può avvenire – stesso discorso vale per il testo, per i dialoghi – solo in presenza di un’articolata sceneggiatura (ci risparmiamo almeno in questo caso la cosiddetta sceneggiatura di ferro). L’atmosfera è una delle componenti fondamentali di un buon film ed è responsabilità soprattutto del direttore della fotografia che dispone le luci sul set stando a stretto contatto con il regista, anche precedentemente (come tutti i collaboratori più stretti), per comprendere al meglio quale dovrà essere il colore dominante, i toni da spargere sulle immagini, generando un mix d’influenze, spesso e volentieri di natura pittorica. Trattasi di un lavoro che il direttore della fotografia andrà a fare a stretto contatto con chi si occupa della scenografia e con chi avrà a che fare con i costumi, che a sua volta procederà parallelamente con chi opera sul trucco.

Riassumere la macchina-cinema richiede molto spazio e tempo, non è mia intenzione dilungarmi sulla suddivisione dei ruoli su un set, quello che vorrei donarvi con queste pillole di regia sono dei fondamenti basilari nei quali io personalmente credo e che ritengo essere dei punti di partenza per poter lavorare al meglio ed esprimere la propria visione in maniera libera, e ci si augura, indipendente. La parola regista dà l’idea di un comandante, colui che manovra le gesta di un team creativo che collabora con lo scopo di soddisfare le sue richieste. In parte è vero, ma personalmente vedo il set come il ritrovo di una famiglia, più o meno allargata, entro il quale canalizzare i propri flussi creativi. Fare regia è tessere le fila di trame non ancora allineate che prendono forma a poco a poco e si rivelano davanti ai nostri occhi spesso in maniera struggente, come un improvviso lampo che ci rischiara la vista, stordendoci e inibendo alcune nostre certezze. Non si ha certezza di quanto si riuscirà a portare a casa. La nostra determinazione, la nostra credibilità deriva dalla chiarezza mentale, e di conseguenza colloquiale, di quanto abbiamo intenzione di narrare attraverso le immagini. Un sistema certo utile per avere una visione chiara delle intenzioni del regista, per tutti i collaboratori e in modo speciale per gli attori, è consigliare dei film da vedere. Del resto, ci si accinge a realizzare anche noi un film. Quale altro esempio migliore potrebbe esserci? Più delle parole, ancor più di una sceneggiatura ben scritta, esistono tutti quei film che ci hanno innegabilmente influenzato e che fanno parte del nostro bagaglio culturale. Non possiamo nasconderci noi sceneggiatori e registi, abbiamo subito tutti, chi più e chi meno, le influenze dei grandi maestri della storia del cinema, dei film che ci sono rimasti più impressi perché hanno saputo toccare delle corde nascoste in noi. I film che ci hanno fatto vibrare ci indicheranno la retta via. Vederne il più possibile, non per replicarli ma per conoscere intimamente, quindi emozionarsi e canalizzare le nostre idee all’interno di un percorso che partirà, nel migliore dei modi, dalle nostre sensazioni, emozioni, e perché no, paure. Dalle paure spesso e volentieri nascono delle ottime idee, non necessariamente di genere. Quelle stesse paure che provavamo quando abbiamo scoperto le armi segrete di ogni buon film.

Per poter diventare un bravo regista, come un bravo attore, occorre un bagaglio culturale ampio. Uno studio anche personale, non necessariamente di natura didattica presso scuole che inculcano un “credo” in maniera non sempre sensata, capace di offrire la consapevolezza di un eterno presente nella storia del cinema, dei libri, della musica, della pittura. Componenti che unitamente ad altre secondarie, contribuiscono a dare sicurezza all’interno di un naturale percorso creativo. Un bravo regista sa che per poter offrire tutto il suo mondo, è necessario comprendere un pezzo di quel mondo e capire, secondo un modus operandi simile a quello di uno psicologo, le esigenze delle persone con le quali entrerà più a stretto contatto durante la lavorazione di un film: gli attori. Ciò che più eleva un film dalla mediocrità è una buona sceneggiatura e, sullo stesso piano, un buon casting. Non ho mai creduto ai registi che non vanno al cinema e vedono pochi film e ancor meno concepisco tutti quei discorsi in cui si dice che gli attori non debbano necessariamente frequentare i loro autori e registi. Ciò non significa far nascere relazioni, o peggio ancora figli, a rotta di collo. Sono cose che nascono da sé e in un ambiente di lavoro sano e onesto le due cose possono scorrere parallelamente senza conseguenze. Non è facile, ma certamente fattibile, come tutte le cose migliori. Sta di fatto che spesso e volentieri, almeno in Italia, i registi si rifiutano di comprendere le esigenze degli attori e letteralmente si rifiutano di dirigerli, trascurando il dialogo, un’accurata selezione e di conseguenza tutti quei trucchi utili a far sì che un attore su un set non si senta abbandonato a se stesso e che anche nei momenti di difficoltà possa essere consapevole di avere sempre accanto a sé una guida utile al viaggio. Il problema nasce a monte, quando produzioni di un certo calibro delegano le sessioni di provini a dei casting director, perché i ruoli dei protagonisti e co-protagonisti sono praticamente imposti dall’alto e loro devono occuparsi della selezione di centinaia di comparse e figurazioni speciali, o se si è fortunati di piccolissimi ruoli; cosa che fanno spesso controvoglia e distrattamente, e laddove un candidato rivela inadeguatezza o semplicemente acerbità, se la prendono come se gli avessero tolto del tempo prezioso. Per molti in questo ambiente saturo di compromessi, quando l’incomprensione regna sovrana, nascono disagio e rifiuto che portano a giudizi affrettati e fin troppo cinici, della serie “dovrebbe cambiare mestiere”. Esistono attori idonei per determinati ruoli e attori non idonei, esistono attori ancora inconsapevoli di esserlo e attori non ancora consci delle loro capacità, esistono esseri umani con doti straordinarie e individui sfortunati che non hanno avuto la possibilità di scoprire il loro universo interiore rattrappito dal torpore degli obblighi del consumismo. Un discorso lungo e complicato che mi porterebbe verso altri lidi. Un buon regista deve essere in grado di riconoscere un bravo attore anche quando incerto fallisce il proprio provino, e viceversa, un buon attore deve saper riconoscere un buon regista già dal modo in cui si rapporta con lui, dal modo in cui comunica e meglio ancora dai contenuti del suo soggetto e della sceneggiatura. Dovrebbe esserci un dialogo aperto e leale, fatto di lunghe chiacchierate, passeggiate, suggestioni, condivisione di film, scambio di libri, canzoni, bicchieri. Un dialogo schietto e diretto, possibilmente ancor prima di un eventuale provino (ci sono registi che scelgono già solo da un semplice colloquio), per rendere meno tesa e ansiosa la prova. La soluzione a una prova disastrosa può essere quella di ripetere il provino ma non sempre è una cosa che ci si può permettere, così come non sempre sul set ci si possono permettere più ciak, il tempo stringe, i soldi sono pochi, le location in esterna si sovraffollano di gente indiscreta, non si hanno i permessi per poter girare in quei dati luoghi. A maggior ragione, ecco come per magia un altro dei motivi per cui vale la pena dialogare prima. Dialogare non significa necessariamente fare delle prove, anzi è una pratica che sconsiglio, in quanto si rischia di falsificare testo e interpretazione in un contesto e uno stato completamente diverso da quello in cui ci si ritroverà catapultati sul set. Ha un senso se un film si svolgerà in un’unica location o quasi interamente all’interno di un appartamento, perché derivante, ed è così il più delle volte, da un’opera teatrale. Il concerto di temi e parole allora potrà raggiungere la sua armonia, ma conviene non farlo troppo con largo anticipo. Dialogare significa soprattutto motivare le proprie scelte narrative giungendo rapidamente a delle soluzioni, provando ad anticipare alcuni inevitabili imprevisti che ci colgono durante le riprese, comprendere le motivazioni psicologiche del proprio personaggio che del resto è l’attore stesso a plasmare su delle indicazioni generiche date dallo sceneggiatore/regista, dimostrarsi empatici di fronte alle difficoltà che può incontrare e che, statene certi, incontrerà il vostro attore. Dal momento che lo avete scelto, sarete la sua guida fattuale, umana, spirituale, nonché un suo nuovo affidabile amico, un secondo fratello, un genitore o a volte un nonno che si porta bene i suoi anni. Non esistono segreti nella direzione degli attori, basta seguire il proprio istinto, dimostrarsi comprensivi a fronte delle loro esigenze, predisposti all’ascolto, sarò ripetitivo ma mi sento di aggiungere di nuovo disposti al dialogo, in sostanza empatici. A volte possono essere utilizzati degli stratagemmi laddove un attore ha delle difficoltà, non riesce a offrire il guizzo giusto per far sì che il tutto funzioni. In quel caso il regista non deve fare altro che offrire la propria assistenza apertamente, anche nell’errore, senza nascondersi, se necessario con impeto, con parsimonia, dolcezza, rabbia, purché quel dato sentimento si canalizzi dentro l’ispirazione dell’attore. Se il connubio è magico, non potrà che essere ispirato e tirare fuori il meglio dopo una manciata di ciak. A volte il primo take è quello migliore, ci sono attori che lavorano decisamente meglio quando sono più freschi e “nudi”, fondano la loro preparazione sull’istinto perché hanno lavorato su se stessi molto prima e hanno talmente interiorizzato il personaggio da farlo proprio. In quel caso bisogna lasciar correre senza imporsi in maniera troppo netta. Altri attori hanno bisogno del continuo sostegno e apporto anche fisico del regista che deve sempre stare loro vicino, di solito fanno molte domande, spesso per insicurezza o per meticolosità. Non appena il regista dà lo stop alla scena gli attori incrociano immediatamente il suo sguardo se pensano di essere sulla strada giusta o lo abbassano se ritengono di aver smarrito la bussola. In quel caso urge un attimo di pausa, specie se la tensione sale ed è evidente. Generalmente se si è parlato il giusto prima del giorno di riprese, questo accade di rado, si va più spediti, automaticamente anche la troupe marcia più spedita, ciascun reparto si ferma solo per un rapido confronti e non si blocca il flusso creativo di nessuno. C’è un motivo se l’unica persona che può offrire suggerimenti creativi agli attori è il regista. La verità di un film, l’autenticità di una storia, passa necessariamente attraverso la credibilità degli attori. Per far sì che questo giri a meraviglia, bisogna amarli questi attori, provare a mettersi, laddove possibile, anche davanti la macchina da presa, sbagliando, finendo vittime consapevoli di situazioni imbarazzanti, pur di vivere e respirare quel pathos necessario a far sì che fuoriesca il meglio. Un bravo regista sa essere, anche senza una educazione dal punto di vista della dizione, anche un buon attore. Dentro di sé, conosce i segreti del mestiere e deve saper parlare, deve essere convincente nell’eloquio e magnetizzante nello sguardo. Il suo, del resto, è uno sguardo indagatore, gira per le strade del mondo e scruta situazioni, persone, dettagli inimmaginabili. Spesso lo fa mentre ascolta musica, fonte strabiliante di creatività, quel genere d’ispirazione che diverrà poi, al pari del sound design e di tutti gli aspetti auditivi, un elemento fondamentale del film, un personaggio a sé stante utile a far sì che la propria opera abbia caratteristiche immersive. Non sempre è richiesto, dipende anche dai generi, ma solitamente un film destinato a una sala cinematografica, a maggior ragione oggi in cui la tecnologia ha preso il sopravvento e tutti fruiscono di tutto ovunque, se ha determinate caratteristiche è meglio, il problema è che molti scambiano questo con uno sfoggio esagerato di tecnica, computer grafica e jump-scares a non finire. Tanti sono i modi per poter realizzare un film, se vi capita d’intervistare diversi registi che fanno film regolarmente distribuiti nelle sale, vi daranno opinioni diverse. Troverete però ideali similari. Se non tutto è finalizzato al business allora avrete la possibilità di dire qualcosa di personale in maniera interessante, altrimenti rischierete di dovervi poi arrampicare sugli specchi, riciclando, come accade sempre più spesso oggi, idee altrui. C’è chi lo fa spontaneamente, essendo ormai abituato dall’industria del cinema, a ricalcare sfruttando l’ondata in voga. Ciò che fanno tutti i registi del mondo è rubare consapevolmente. La consapevolezza dovrebbe portarvi a raccontare però la verità. Essere sinceri vi ripagherà dei sacrifici. Rubare vi offrirà l’opportunità di capire perché determinate soluzioni hanno funzionato così bene, se ruberete dai migliori. C’è chi preferisce dire “prendere in prestito”. Una volta restituito quel prezioso segreto registico, sarete in grado d’improntare un percorso personale alla vostra filmografia. Fare un film somiglia terribilmente al tragitto di una carovana con una combriccola che non sai se ti porterà nella direzione giusta, ma sulla quale dovrai comunque fare affidamento instillando in loro la giusta sicurezza. Sicuro per sicuro, a tratti ci si sentirà sballottati e malfermi, a quel punto l’aiuto regia che coordina i vari reparti rassicurerà tutti senza mai mettere in dubbio il piano (i piani?) del regista, il direttore della fotografia confermerà il suo impegno nel cercare la luce giusta con l’obiettivo di rintracciarla qualsiasi siano le condizioni, la truccatrice darà un tocco ulteriore di matita e con la scusa farà rilassare l’attore che ha già sentito una scossa dovuta allo sbalzo del veicolo, la costumista farà attenzione agli orli perché i particolari a volte fanno il film al pari degli attori non protagonisti capaci di sostenere le assi rappresentate dagli attori protagonisti, la scenografa ripenserà al fatto che assieme al regista si sarebbe potuta trovare una soluzione migliore piuttosto che girare una delle scene chiave del film dentro una malandata carrozza maledicendo i film in costume, la segretaria di edizione ne approfitterà per controllare che la continuità visiva coincida con quanto girato nella scena precedente dato che il regista tiene tanto alla progressione delle riprese in ordine temporale, e mentre gli assistenti ascoltano con attenzione per carpire i segreti dei mestieri, il fonico, isolato nelle sue cuffie, tenta d’isolare le voci dai rumori d’ambiente, arrivando a percepire dalla distanza la voce del produttore di turno che si sta già preoccupando che un giorno sforato in più nell’ordine delle riprese comporta una maggiorazione del volume di spese, ciò fa incazzare il regista perché un buon produttore si dovrebbe poter fidare del regista ed evitare di mettere piede sul set nel tentativo di ostracizzare la lavorazione del film, ma quel produttore si è messo a gridare e non sente ragioni, la carovana procede spedita schivando polvere, sassi, pietre, la meta è vicina, anche se poi ci sarà da vedersela con lui una volta finite le riprese. Senza la carovana avremmo avuto il film indipendente, ciascuno si sarebbe potuto procurare i pezzi e qualcuno l’avrebbe potuta costruire, però poi senza permessi né assicurazioni, dove la si sarebbe potuta far correre? Sia la troupe che gli attori sono dotati di gambe e piedi, possono camminare, correre. Uno stratagemma lo si troverà. Basterà mantenere salda in testa l’idea alla base della storia, della scena. Perché devono raggiungere quella meta? Dalla risposta avrete chiaro il come dovranno raggiungerla. È così necessaria la diligenza? E se risolvessimo tutto in post-produzione dando l’idea del movimento, suggerendolo attraverso il movimento dei corpi e il riflesso negli sguardi degli attori? Questo è fare cinema: operare sulla messa a fuoco, su ciò che è in campo, per aprire al senso delle cose attraverso il fuori campo. C’è tutto un mondo dentro lo sguardo di un attore, quello stesso sguardo con cui il regista ha saputo comunicare. Basta avvicinarsi con l’obiettivo della cinepresa e toccare con mano la verità. In questo non servono effetti speciali, né esistono diligenze o produttori di sorta che possano farvi cambiare idea. La verità sta tutta lì, in uno sguardo, un cenno d’intesa. Infine, una stretta di mano, una pacca sulla spalla, un abbraccio lungo tutto un film prima, durante e dopo la grande avventura.

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