A Quiet Place

“Rimanete in silenzio, rimanete vivi” evidenzia il titolo di una copia del New York Post nell’anno 2020, in una New York invasa da una razza di alieni enormi quasi come dei transformer, ciechi e con un udito particolarmente acuto. Alieni divoratori di esseri umani rumorosi e ormai intrattabili. La razza umana è stata quasi del tutto sterminata e la famiglia Abbott è una delle poche che è riuscita a sopravvivere, grazie probabilmente alla loro conoscenza del linguaggio dei segni (hanno una figlia sordomuta). A seguito del banale incidente che ha finito per uccidere il più piccolo della famiglia, babbo, mamma, figlio e figlia adolescenti si sono isolati, nell’elaborazione del lutto, in una fattoria dalle parti della contea di Utchess o Ulster, e si difendono nel silenzio più assoluto dalle attenzioni degli alieni (una impressionante via di mezzo tra il mostro di Alien e i granchi giganti di District 9), sempre in agguato. Una serie di accortezze adottate dal capo-famiglia sembrano funzionare, fino a che dei rumori accidentalmente prodotti in casa non finiscono per mettere a soqquadro quel piccolo microcosmo familiare cesellato con cura di particolari dal co-sceneggiatore, regista e attore protagonista John Krasinski, alla sua terza regia, che si cimenta per la prima volta nel thriller-horror fantascientifico. Lo affianca sua moglie Emily Blunt e una coppia di figli davvero bravi, la sordomuta femmina Regan (Millicent Simmonds) lo è veramente ed è particolarmente brava a livello espressivo tanto quanto il suo fratellino Marcus (Noah Jupe). A partire da una gestione accorta e affilata della suspense, A quiet place si muove sinuoso nei meandri di un cinema primordiale, che almeno inizialmente sembra voler studiare il tempo e lo spazio dentro meccanismi inconsueti che come schegge d’immedesimazione dialogano mitemente con la tragedia coinvolgente i residuati dell’invasione. Peccato però che il geniale spunto alla base dell’idea del soggetto non sia ben reso nella sceneggiatura. A fronte di una struttura comunque ben organizzata per il crescendo dell’atto finale, diverse svolte non risultano credibili e inficiano non poco la qualità di una pellicola dal potenziale elevato: a seguito del lutto i coniugi decidono di mettere al mondo un nuovo bambino nonostante l’estremo pericolo che corrono causato dalla difficoltosa e dolorosa operazione del parto; lo stratagemma del dialogo dietro alla cascata che fa più rumore delle voci di padre e figlio non è un buon motivo per distaccarsi dalla casa accerchiata dagli alieni, anche perché possono comunque comunicare sottovoce, lasciando sola una moglie terrorizzata e partoriente con la figlia sordomuta che a sua volta decide di allontanarsi nel bosco, con una motivazione poco plausibile, e restarvi addirittura fino a notte; una volta separatesi le parti – e per quanto possano capaci a difendersi i figli non ha senso che il padre non se ne curi più di tanto per poi arrivare a preoccuparsene quando sembra essere troppo tardi – la modalità con cui avviene il momentaneo ricongiungimento lascia a desiderare; la scoperta finale delle armi utili ad annientare la ferocia delle bestie aliene non è una vera e propria scoperta ed era a loro portata di mani da sempre,  doveva per forza essere un qualcosa a cui pensare da tempo per difendersi dai loro attacchi e non vi è alcun stupore nell’apparente casualità dell’ingegno di chi vi mette mani per la prima volta. Perché non fare un tentativo su 465 giorni di resistenza coatta? Qualcuno dirà che sono tutti stratagemmi narrativi che fanno leva sulla capacità del cinema di rendere reali e credibili anche le cose più assurde, ma la storia, pur evolvendo in maniera densa e con una buona gestione degli strati di silenzio assoluto con quelli più esplosivi e letali della ribellione vera e propria, perde efficacia dal momento in cui si finisce col credere poco nelle azioni che i personaggi compiono nel tentativo di sopravvivere alla moria generale, senza quell’ingegno necessario alla causa che avrebbe reso originale una fortezza dal potenziale, come dicevo, elevatissimo. L’idea si disperde nei rivoli dell’accumulo di situazioni volte quasi esclusivamente ad innescare innegabile suspense.

A restare in piedi, nonostante la complessiva ingenuità, sono le sequenze che fanno dell’udito (quello sotto la soglia) un senso d’importanza capitale per la fruizione cinematografica, così tanto da indurre il pubblico a immedesimarsi oltremodo nei protagonisti, afflitti dal panico del suono, quello che incontrollato finisce per stordirci mentre siamo ben sistemati sulle nostre poltrone, visibilmente preoccupati dell’avvenire dei personaggi che si muovono sul grande schermo, sbalzando da una situazione all’altra, da un luogo all’altro con disinvoltura. La nota positiva è che pur risultando tra i produttori Michael Bay, l’aggettivo “fracassone” mal si addice alla sibilante audacia registica di Krasinski, molto più convincente rispetto alle capacità di costruire sapientemente una sceneggiatura (scritta a tre mani con Scott Beck e Bryan Woods). Sono proprio le situazioni, come quella ben orchestrata nel magnifico prologo (che richiama un poco la serie-tv The Walking Dead), a rimanere fortemente impresse di un film che avrebbe potuto osare di più ma che come spesso si esaurisce con una major, a prevalere sono le ragioni commerciali che finiscono per banalizzare una materia di per sé fortemente destabilizzante.

Basterebbe guardarsi attorno e accorgersi che stiamo apprendendo una lezione di vita da un film di generi, incroci che finiamo per trascurare perché spesse volte fuorvianti. Fino a che non ci disilludiamo, captando l’importanza del messaggio insito nel meccanismo di suspense: il suono-non-suono sta tentando di comunicarci che il rumore ha esaurito la sua credibilità. Non ci coinvolge più perché parte da troppo tempo del nostro fragoroso vissuto.

 

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One thought on “A Quiet Place

  1. Federico ho apprezzato la tua recensione. Anche io ho scritto una recensione di A quiet place sul mio blog wordpress Cinefiliinserie se ti va di leggerla.

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