Dogman

DOGMAN

I fatti del Canaro della Magliana Vecchia sono arcinoti, anche se pervasi da un alone di mistero, come per tutti i più grandi omicidi avvenuti sulla penisola italiana. Tentare di rintracciarvi cose nuove, non dette, nella intelligente e precisa trasfigurazione operata da Matteo Garrone con la collaborazione alla sceneggiatura di Ugo Chiti e Massimo Gaudioso, è cosa rischiosamente sviante rispetto alla evidente forza del film, dalla sua insopprimibile autenticità, anche perché Dogman ne prende più che altro ispirazione, rivelandosi come il suo film più riuscito e desolante, il risultato più alto raggiunto nella carriera di Garrone, un pugno nello stomaco ben accetto.

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Marcello ha un esercizio commerciale di toelettatura per cani denominato “dogman”, nel cuore di un quartiere povero e degradato nel quale bivacca selvaggiamente Simoncino, un ex pugile cocainomane che bazzica spesso e volentieri bische clandestine, zone di spaccio, luridi bagni dove ingozzarsi della cocaina procuratagli da Marcello. I ripetuti soprusi di Simoncino – cotto nel cervello dal troppo sniffare vaga come un pitbull a passeggio oltreconfine – in una escalation di violenza prevalentemente psicologica conducono Marcello – che a sua volta si prende amorevolmente cura dei cani dei suoi clienti alla stessa maniera con cui si prende cura della piccola figlia – a una drastica soluzione, a seguito di un accordo preso con lo stesso Simoncino, poi andato in fumo perché frutto di una trappola, che lo ha costretto a un anno di carcere e a una serie di vessanti umiliazioni da parte dei suoi vecchi amici di quartiere e vicini di lavoro (come il compro oro di proprietà del coatto imborghesito interpretato da Adamo Dionisi). La soluzione ha a che fare sempre con lo strumento dal quale prende il via ogni cosa: la devastazione della droga.

Distanziandosi dalle dovute libertà rispetto alla cronaca insite nelle esigenze di racconto, il film si erge prepotentemente dal suo agglomerato periferico da far-west (western suburbano in effetti sembrerebbe essere la definizione più appropriata del film) proiettandosi fiero e convincente dentro un macrocosmo di riappropriazione della libertà di scelta. Il peso capzioso e opprimente che Simoncino getta sul servizievole, gracile e ingenuo Marcello soffoca il respiro, fendendo la fetida aria che tira da quelle luride parti. Lerci sono gli spazi, gli anfratti, le segrete degli interni e degli esterni di quegli spazi scenograficamente ottundenti. Goffe e rivelanti sono le partite di calcetto, le chiacchiere da bar, le disavventure notturne in barba al rispetto del prossimo, le magagne volutamente rincorse, le scorribande da eroi del nulla. La malagrazia capitata in testa ai malcapitati personaggi che popolano il film la si può respirare a fondo, dolorosamente e oltre la perturbabile dolenza di significativi film come L’imbalsamatore,  possiamo provare un sentore di coatta passività dal chiuso della toletta all’aperto della livida spiaggia, dove i volti tumefatti di Simoncino prima e di Marcello poi, vagano senza rintracciarvene ragione. Notevole il lavoro – marchio del regista romano – sul cast del film, a partire dai protagonisti: l’azzeccatissimo/a volto/corpo/voce di Marcello Fonte (sghembo omuncolo di grande spessore umano che implode vergogna e rabbia senza comprenderne i motivi) ed Edoardo Pesce (trasformato dal trucco, sa essere minaccioso, imprevedibile, con un pizzico di audacia interpretativa che non guasta mai), fino ad arrivare a tutti gli altri, in un lavoro dove non è lasciato al caso nessun volto, neppure fra le poche comparse, né alcun dettaglio visivo. Dogman penetra le spire di una miriade di soprusi arrivando a fendere l’irrespirabile aria che come una cappa ti prende alla gola dal primo a l’ultimo minuto, proprio mentre il povero Marcello vaga, a sospirata risoluzione avvenuta, alla disperata ricerca di un’approvazione nell’immobile silenzio e nella muta indifferenza del quartiere.

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