Loro

Il Cavaliere senza ombra e senza macchia vuole a tutti i costi tornare alle pendici dell’Italietta. Leggasi: stelle, stelline, stellette, starlette, veline, prostitute, arrampicatori sociali. Le conseguenze del berlusconismo sono sotto gli occhi di tutti. Tutti vogliono conoscerlo ma lui sembra essere inavvicinabile e nel mentre, loro, sbavano dietro immaginari di lussuria in eccesso. La chiave di volta per apprezzare il lavoro di Paolo Sorrentino sulla figura del Silvio Berlusconi privato (molto più del politico) è quella di accogliere quell’immaginario lussurioso come chiave di accesso a un lontano, equidistante desiderio di potere. I soldi, il successo, la capacità di sapersi vendere sono alcune delle qualità più apprezzate dagli italiani. Le donne farebbero qualsiasi cosa pur di ricevere le grazie (seducenti?) del Cavaliere, col miraggio di una possibile carriera in rapida ascesa. Il taglio che Sorrentino decide di dare al film – al pari del suo sodale collaboratore di scrittura Umberto Contarello – è quello di rivelare prima gli effetti del berlusconismo su loro (noi), per poi arrivare a raccontare la sfacciataggine, l’ipocrisia, la profonda solitudine, le paure di un uomo tra i più chiacchierati, tanto negli ambienti politici, quanto dal popolo italiano. Se non si comprende il senso dell’operazione, rimane difficile apprezzare un poco il lavoro di Sorrentino. In Loro 1 a rimanere impressa è soprattutto l’entrata in scena di Berlusconi, vestito da odalisca mentre tenta di rincuorare Veronica, sua moglie, prossima al divorzio. Dopo sarabande di figa e cocaina, il film si ritira nell’isolata villa in Sardegna dell’ex Capo di Stato, colluso, indagato e puttaniere di perenni belle speranze , perché in fondo lui, aveva pur sempre buoni propositi. Il brodo, la sostanza di tutto ciò che gli ruota attorno è rappresentazione di vacua e velata superficialità, in diversi momenti volutamente lambente il kitsch. Il cinismo solito dei personaggi sorrentiniani si sviscera a poco a poco evidenziandosi nella fase cruciale del percorso di ricercata rinascita di uno degli uomini più ambiti, convincenti eppure corrotti del pianeta. Veronica non riuscirà a perdonargliela, lui che l’ha sedotta e abbandonata – appunto come un’odalisca – nella sua stessa immensa villa, sola e frustrata dalla spasmodica sete di potere dell’uomo che le è cresciuto accanto, inconsapevole, solo in parte, delle sue reali ambizioni. L’errore di Sorrentino e Contarello è probabilmente confinato all’idea – al di là delle volontarie e decentrate derive sessuo-dilaganti e accentrate a oltranza – di voler restituire all’uomo, a lui, quegli scrupoli mal riposti e quel brancolante senso di umanità del tutto assente in loro; quel tentativo di voler descrivere il privato di un uomo di facciata, ingannevole e fin troppo furbo, interpretato da un superlativo Toni Servillo che si supera nella lunga scena della telefonata notturna a una potenziale “acquirente”, tanto per verificare se le proprie capacità di venditore si sono dissolte nel nulla degli strabordanti spazi vuoti della villa o se sono rimasti ancora intatti, nonostante tutto, nonostante le grandi delusioni avute e i malori frutto, probabilmente, di aspirazioni sessuali più grandi delle proprie reali, digradate capacità amatorie.  Il centro di Loro 2 è proprio incentrato sul come riempire quell’irrimediabile vuoto, su come deviare il percorso politico tramite degli stratagemmi al di sopra delle legge, su come tentare di appagare i sensi di colpa ben celati e su come mantenere quanto accumulato, spesso non onestamente, nel corso del tempo. Loro 2 ci lascia con l’amaro in bocca nella pretesa di volerci raccontare molte più cose su lui, l’uomo, lasciando in secondo piano, se non per qualche secondaria limitante apparizione di figa, loro, coloro che auspicavano avanzamenti da gigante. Dentro questa contrapposizione si regge il film, mentre il consueto manovrare rapido e trasversale della macchina da presa del regista napoletano si fa più elegante. Anche qui vi è una contraddizione ma ci si potrà meglio riflettere su. La cronaca è lunga e genera insofferenza. L’arte, persino quella sporca e insolitamente abbacinante, ci scuote e un poco ci fa sentire a terra, impossibilitati a  nasconderci persino nelle macerie.

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