Hereditary

Fin dalle primissime battute, Ari Aster, sceneggiatore e regista esordiente newyorkese, quando fa muovere la cinepresa nella stanza delle miniature della creatrice Annie Graham (Toni Collette), figlia della matriarca Ellen Graham, ci fa concepire che bisogna entrare nella casa della famiglia Graham con estrema cautela: la privacy è d’oro. Intrappolati dentro un meccanismo perverso di tensioni e mascheramenti, preda di una sorta di maledizione a seguito della morte della matriarca-strega, la famiglia tenta di sopravvivere alle emergenze della vita come può, nel tentativo di elaborare il lutto per mezzo di un’accomiatante disposizione della privacy. Chiusi mentalmente, incastrati nelle loro stanze, impermeabili all’esterno. La piccola Charlie (Milly Shapiro) più che pettinare le bambole, disegna cose strane e ode richiami dall’aldilà; il fratello Peter (Alex Wolff) si isola ulteriormente cercando nelle amicizie e in un’attraente ragazza una qualche magra consolazione; il padre Steve (Gabriel Byrne) vive con rigoroso riserbo il proprio dolore, intervenendo solo quando la situazione casalinga sembra degenerare. L’incrocio fortuito con la signora Joan (Ann Dowd), da parte di Annie che segue un gruppo di recupero, spalanca le presagenti porte della percezione ad un segreto rinchiuso dentro quegli scatoloni ridicolmente impolverati dai segni del tempo, tenuto sempre a debita distanza perché troppo pericoloso per essere portato alla luce (lo rivela l’inquietante apparizione della matriarca in una delle migliori e più sorprendenti scene del film). La successione catastrofica degli eventi però li costringe a doversi necessariamente confrontare con un passato che ha dimora in remote e ataviche derive della ragion perduta.

Tutto è così percettibilmente astioso e fatale, seppur dentro un briciolo d’ironia, da divenire a poco a poco, precipitosamente affliggente. Dalla prima parte, più incentrata su un dilemma morale di stampo melodrammatico, alla seconda, dove l’orrore emerge per fiati d’inesorabile inquietudine come nelle migliori storie degli horror che furono negli anni d’oro del genere, Aster sceglie di non affidarsi allo spavento facile, preferisce costruirlo con millimetrica precisione, sfiorando in due o tre circostanze l’effetto dark-comedy, senza mai lasciarsi prendere la mano, tenendosi a distanza da tutti quei furbi “jump-scares” che vanno tanto per la maggiore, prediligendo piuttosto l’osservazione, e il silenzio spesse volte, alla immotivata concatenazione di effetti. Aster non lesina nemmeno sorprese, come quando decide di affidarsi in primis agli attori per rendere credibile una vicenda di base assurda – su tutti la protagonista Toni Collette, sconsolatamente fuori della pelle e sempre convincente in ogni smorfia di dolore e compassione – per penetrare meglio il dramma e sbatterlo poi al pubblico, come un pugno nello stomaco, nel legarlo a un’idea del soprannaturale figlia di film quali Rosemary’s Baby, L’Esorcista e Don’t Look Now e Burnt Offerings, evitando di mantenerne gli stilemi nei particolari delle svolte narrative operosamente – come un horror-opera – costruite con l’intento di deviare le linee introduttive.

Hereditary scuote la mente per infiltrarsi sagacemente sottopelle,  centrando il cardine dell’obiettivo intimo di ogni horror che si rispetti: raccontare la paura dell’ignoto dando fibra all’incognito. Vi riesce anche grazie alle cardinali atmosfere rese stregate dalla colonna sonora di raffinatezza assoluta del compositore Colin Stetson, capace di far sottilmente vibrare note molto basse, pronte ad esplodere in controtempo con ciò che solitamente si tende a far diventare immagine-choc (c’è da scommettere che Toni Collette, a proposito di espressioni choc abbia studiato Jack Nicholson in Shining). E se sul finale rischia di macchiare l’architettura dell’orrore così ardentemente fabbricata, riesce comunque a salvarsi nel momento in cui decide d’impressionarsi su un volto, quello dello sbigottimento giovane, nella muta descrizione di una maledetta, incubotica, auto-distruttiva impasse: leggasi incapacità di fuoriuscire da uno o più lutti.

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