American Animals

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Warren, Spencer, Eric e Chas raccontano alle telecamere le vicissitudini della loro triste storia: la fallita rapina di libri con illustrazioni di animali di altissimo pregio e valore, dalle conseguenze disastrose, alla Transylvania University di Lexington nel 2004.

Le disavventure degli studenti Chas, Eric, Spencer e Warren finiscono dritte al centro di un film, proprio quello a cui assistiamo, scritto e diretto da Bart Layton e interpretato da Evan Peters, Barry Keoghan, Jared Abrahamson e Blake Jenner.

La maniera in cui ci finiscono, sin dalle primissime battute di uno strepitoso incipit da non far rifluire il sangue alla testa, ci fa capire quanto American animals ricerchi nelle dinamiche filmiche essenziali il centramento di un obiettivo costantemente ricercato: coinvolgere attraverso un grande ritmo dispiegato nelle modalità di racconto, nella deriva alienante dei personaggi, nella sicurezza con cui Layton fa coesistere capacità di strutturazione a coinvolgimento emotivo, grazie a una spasmodica tensione.

Un esaltante congegno narrativo, un audace meccanismo a orologeria che grazie all’edificazione del montaggio e a un utilizzo sapiente della colonna sonora – non solo semplici brani di successo a cavallo tra gli anni ’60 e ’70 – riesce nervosamente ad avvincere fino agli atti conclusivi di ricostruzione dei fatti tramite i diretti protagonisti della vicenda reale e di restituzione interpretativa per mezzo degli abilissimi attori chiamati ad impersonarli con grande coinvolgimento emotivo.

Non un gioco per bambini, né per adolescenti e/o ragazzi appena affacciatisi alla vita adulta, quella degli obblighi e dei doveri da portare d’ora in poi a compimento, per il benvolere dei genitori, degli insegnanti, dei futuri datori di lavoro. Non un gioco facile, anzi, pericolosamente letale. Entrare in quella biblioteca, sotto gli occhi scrutatori di coloro che la abitano, fare finta di niente, affacciarsi alla saletta dove i grandi e pregiati libri vengono custoditi all’interno di teche giganti di vetro, utilizzare una forma ragionevole di violenza pur di portarsi a casa il rilegato malloppo e fare i conti con la possibilità di un’esistenza senza più limite alcuno. Un’utopia pianificata prendendo lezioni da pregevoli film. E nel lavoro di Bart Layton si avverte fortissimo l’intento di spruzzare i personaggi di quella febbre che avvolge i creativi nell’atto stesso di realizzare il film che si sogna “perfetto”, ma che finisce il più delle volte per tramutarsi in una traversata oceanica dove, se tutto va bene, si riesce a vedere la fine della tempesta oltre l’orizzonte, e se si è fortunati, un dolce approdo entro lidi di stabile complicità con chi l’ha resa laboriosamente concreta.

Memoria e nervi degli interpellati rischiano di far collassare la ricostruzione dei fatti, ma il polso di colui che sa come gestirli, “finzionando” sulle loro malefatte in nome del potere del cinema, conduce il film finito verso un livello di seduzione del fallimento inconsueto, facendo sì che aleggi nell’aria malsana un palese senso di moralistica frustrazione che non blocca la forza degli scossoni antecedenti alla delucidazione ultima dei fatti. Ed è così che finiscono per sopravvivere, tutti, con i segni sul volto di una pietosa richiesta di clemenza.

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