Dead in a week or your money back

La tradizione britannica della black-comedy ha pregevoli antecedenti legati alle produzioni della Ealing negli anni ’50, punto di riferimento principale per lo sceneggiatore e regista Tom Edmunds nella costruzione di un’opera cinematografica che sceglie deliberatamente di giocare con la morte in maniera gaia e sfrontata.

Esiste un’agenzia di killer professionisti dove l’ormai prossimo alla pensione Leslie (Tom Wilkinson) tenta di mettere a segno l’ultimo omicidio della sua vita, e per questo ogni notte gira per ponti alla disperata ricerca dell’ennesimo aspirante suicida. Quando s’imbatte in William (Aneurin Barnard), un giovane scrittore con grossi problemi di disadattamento, coglie l’occasione al volo per presentarsi mettendolo al corrente di quello che è il suo lavoro. Il giovane accetta il suo invito in una tavola calda e pianifica un modo per morire confacente alla personalità del killer. Leslie non ama le cose spettacolari, preferisce operare in maniera funzionale e sicura, secondo le direttive dell’agenzia. Solo che improvvisamente la vita del giovane cambia, riceve una proposta di pubblicazione e sembra aver trovato anche l’amore di una ragazza che come lui ha tentato più volte il suicidio. Ma il killer professionista ha bisogno di un ultimo omicidio per raggiungere il minimo indispensabile a far sì che possa continuare il suo appuntamento con le morti e rinviare oltremisura il passo successivo relativo al pensionamento, non sente ragioni e vuole assolutamente porre termine alla vita di William che diventerà vittima di un caparbio pedinamento a fini risolutori.

Più passano i minuti di Dead in a week e più Edmunds si diverte a creare una commistione di elementi che richiamano esplicitamente le derive pulp, sottogenere del noir figlio delle dinamiche di postmodernismo in auge dagli anni ’80 nel cinema americano. L’umorismo sfrenato e liberatorio, la deriva borderline di tutti i personaggi, le interrelazioni tra gli stessi, la spietatezza consapevole e austera dei killer, la bonomia ingenua e folle degli aspiranti suicidi, contribuiscono al felice impasto di amarognoli sorrisini innescati; anche perché alla fine tutto torna e ciclicamente vortica su se stesso, alla ricerca di un senso da dare agli episodi di vite assurdamente condivise ma non condivisibili. L’atto risolutivo dei conflitti dispiega momenti abilmente suddivisi tra il panico e lo sconcerto, in un geniale atto finale dove “la persona più pulita ha la rogna, ti viene il prurito e ancora non l’hai capito”. Potresti morire entro il fine settimana e provi a far finta di niente. Provando a immedesimarsi nei personaggi, la sensazione ha l’aria di essere proprio quella.

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