La Favorita

Mentre la regina Anna, sovrana dell’Inghilterra nella prima metà del Settecento, dirama ordini per la guerra contro la Francia, la sua intima sottoposta Lady Churchill accoglie sotto la sua ala protettiva la giovane Abigail Masham, destinata presto a entrare nelle grazie della regina. Anna è in condizioni precarie di salute, sopravvive afflitta da gotta, tenta di comandare con fermezza, rivelando in realtà tutta la sua volubilità e la sua ingenua e maldestra gestione della propria carnalità. Un riflesso logico del dolore trascorso – 17 conigli a corte, pari al numero di figli persi nel corso degli anni – e una valvola di sfogo per la sua forzata sedentarietà. Uomini che paiono donne e donne che agiscono come uomini a corte, dentro la sontuosa reggia inglese di Hatfield House, teatro di un conflitto triangolare tra donne, lesbiche, che accende gli animi della contesa per il raggiungimento del posto più ambito, quello della favorita della donna più influente del regno d’Inghilterra.

Il regista greco Yorgos Lanthimos, al suo terzo film in lingua inglese, costella la sua personale idea di messinscena con un afflato cinico e grottesco, che si distanzia un poco dal tragico dei lavori precedenti, da quel fosco appesantire gli orizzonti velati delle partiture di vita dei suoi antieroi a caccia di un senso da donare all’inesplicabile. Partendo da tale presupposto, La Favorita è lo spasmodico, pungente ritratto di un bestiale e crudele triangolo di corte che magnetizza le peculiarità del cinema di Lanthimos: cinico e beffardo, avvolgente e metamorfizzante, nonché fitta ragnatela di spire dove gli uomini si muovono e agiscono come accorpanti animali.

Suoi innegabili punti di riferimento cinefili sono Stanley Kubrick, per la capacità di rendere avvolgenti le trame della ricerca di un assoluto da dare al mistero dell’esistenza e all’incertezza dell’identità dentro alla banalità del male (che va oltre persino Haneke); Peter Greenaway, per la geometrica ritualità di quel cinico gioco delle parti, la questione dei ruoli che tanto piace al regista gallese, senza sprofondare nella sua, a volte, sperimentazione priva di valvole di persuasività; Robert Bresson, per la millimetrica autenticità di rigore assoluto riguardo l’esemplare raffigurazione dei temi anzidetti che Lanthimos ha sezionato nei suoi trattamenti fin dagli esordi.

Il triangolo è ben servito da un terzetto di attrici di grande incisività: la regina è interpretata da una perfetta Olivia Colman, mentre le due contendenti di “lingua” e di sovrano controllo sono personificate da Rachel Weisz e da una sempre più brava ed efficace Emma Stone. Merita una menzione, in un ruolo secondario ma non di secondo piano, il giovanissimo Nicholas Hoult, che comincia a sprigionare difformi capacità interpretative.

Il regno che Lanthimos sceglie d’inquadrare, di tastare nel vero senso del termine, con prospetto grandangolare, è abilmente connaturato di tagli verticali, spasmi orizzontali, fucina di movimenti ad andare e venire, carrelli d’impeto e impazienti panoramiche in appannaggio a universi di sopraffazione e viltà. E’ il duolo delle parti, è il marchio di un autore micidiale.

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