Il Traditore

Conosciamo vita, morte e miracoli inaccettabili, riguardo Cosa Nostra. Sappiamo qualcosa della vita del pentito di mafia Tommaso Buscetta e dei suoi parenti più stretti. Sappiamo qualcosa riguardo i crimini di Totò Riina e dei suoi assistiti Corleone. E abbiamo imparato a conoscere la storia di Giulio Andreotti, attraverso le traversie dei rapporti intercorsi Stato-Mafia. Il quadro potrebbe essere completo, ma il co-sceneggiatore e regista Marco Bellocchio, decide, attraverso un enorme lavoro di ricostruzione di stadi processuali, fatti, volti noti, di rivelarci qualcosa di più della cronaca nera, sguazzante nella melma. Ci fa immedesimare nella risolutezza, a cui va dato onore, del famoso pentito di mafia, nella sua famiglia memore della povertà che fu in quel di Palermo, nella sua fuga arricchita in terra brasiliana, nel pentimento vittimistico e melodrammatico di un padre che ha finito per abbandonare i suoi figli, nell’amore sperso dentro quella Sicilia cui anela nel tempo, diradando pensieri virtuosistici oltre che su donne in calore al cospetto del potere, anche nei dintorni di Mondello, riconosciuta nella fattispecie per prelibatezze in fatto di gelati. Il traditore ordisce con coraggio, instaurando un’amicizia confidenziale con il giudice Falcone, nella consapevolezza che presto o tardi, uno dei due, o magari assieme, non avranno scampo. E così fu. Una storia nota a tutti, o quasi. Restituita sul grande schermo con un alto grado di autenticità, dentro un affresco di cinema che è sì civile, ma anche spettacolo frontale, diretto, senza fronzoli. Tutta la prima parte del film ce lo dimostra, diramando scene d’azione, omicidi, torture, verità soppesate e rivolte al pubblico come brecce, con un’assoluta padronanza dei mezzi, resi efficaci soprattutto grazie a un montaggio essenziale, del tutto privo di tempi morti, vitale quanto basta per dimostrare che si possono delineare processi con la stessa efficacia con cui possono raccontare rapporti d’amore travagliati (Buscetta con i propri figli, Buscetta con la propria moglie, Buscetta con i compari mafiosi). Al centro di tutto questo emerge la prova maiuscola di Pierfrancesco Favino, nel ruolo di Tommaso Buscetta, mai così dentro al personaggio nella sua carriera. Lo seguono, a ruota, Luigi Lo Cascio, Fausto Russo Alesi, Fabrizio Ferracane, Giovanni Calcagno, Pippo Di Marca, Maria Fernanda Candido e via seguendo, perfette maschere del teatrino degli orrori presso casupole e strade sterrate, più e meno battute. Lo sconvolgente spettacolo di vite e di morti, finisce per farci sentire parte del privato del traditore, con Bellocchio che lo bracca come un animale, anticipazione mirabile di quel cane randagio in fuga che proprio sul finale sembra rassomigliare tanto al padrone che avrebbe potuto avere e che non ha avuto.

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