The Dead Don’t Die

Nella immaginaria cittadina di Centerville, centro di un misterioso morbo che coglie i morti e li fa tornare più vivi dei vivi, tutto sembra assonnato e metodico, persino per il serafico commissario di polizia Cliff Robertson (Bill Murray) e per il morigerato agente Ronald Paterson (Adam Driver). Lo sfruttamento spropositato e inclemente delle risorse della Terra hanno sconvolto l’asse terrestre, facendo sorgere la notte quando dovrebbe essere giorno e viceversa, con l’aggravante che dal cimitero cominciano presto a fuoriuscire dalle tombe zombie famelici, chi a caccia di carne umana e chi di wi-fi, nonostante il disastro ecologico. Un testimone, metà uomo e metà animale, non ben identificato, detto l’eremita (Tom Waits), osserva dal bosco il progressivo disfacimento degli esseri umani che nulla possono contro l’insurrezione.

Jim Jarmusch applica il proprio stile minimalista, improntato al vagabondaggio insito nella ricerca di sé, alla filosofia di una commedia horror che non lesina messaggi allarmisti nei riguardi della deriva dell’umanità, da sempre attaccata alle cose, sempre più dissociata rispetto agli aspetti associati alla persona e alla salvaguardia della natura. Il consumismo ha reso le persone dei derelitti ambulanti che si aggirano senza prospettiva dentro cittadine grandi, medie e piccole, nel tentativo di afferrare il senso della vita, rincorrendo la serenità nella consapevolezza dell’impossibilità di cogliere barlumi di felicità. Nell’assonnata Centerville è però diventato complicato anche solo tentare di afferrare la contentezza e l’immaginario fantastico cui Jarmusch ripetitivamente allude con garbo e gusto, prima dell’apocalisse zombie, viene rappresentato ancora una volta come una fuga dalla piatta realtà. Tra citazioni a George Romero, Samuel Fuller e Friedrich W. Murnau, diversi espliciti omaggi al cantante country Sturgill Simpson con la canzone che presta il nome al titolo del film, ascoltata da diversi personaggi nel corso della storia, il film traccheggia non troppo divertito dentro le calamità di una lugubre ironia che funziona per gran parte del tempo, salvo prostrarsi sul più bello alla cupezza dell’epilogo. Ed è da quando i morti cominciano a camminare sempre più numerosi per le strade che diverse soluzioni di difesa e attacco non offrono un quadro capace di sorprendere gli spettatori abituati a vedere, in campo zombie, quasi sempre le stesse cose.

Diverse conoscenze dello sceneggiatore e regista indipendente americano tornano per accompagnarlo in questo secondo viaggio nell’orrido, dopo il poco riuscito Only Lovers Left Alive: da Iggy Pop, primo zombie visibile e cronicamente bisognoso di caffeina anche dopo la dipartita, fino a Tilda Swinton (giustiziera becchina col katana), Steve Buscemi, Danny Glover, Chloe Sevigny, RZA, e alla new-entry pop-star Selena Gomez, meno presente di quel che si pensasse.

The Dead Don’t Die non svela molto dietro il cinismo misto a rassegnazione del tono plumbeo del film, ci ricorda che spesso anche nelle difficoltà siamo soli, a meno che non si venga soccorsi da entità aliene (il punto più basso del film); in sostanza nulla cambia, bisogna armarsi e difendere la propria vita fino all’ultimo colpo, fino a quando ci sarà sangue nelle carni ridotte a brandelli, penzolanti, molli, rassegnate a un’indolenza che è muta rassegnazione. Jim lo sa bene e sceglie deliberatamente di non regalare un degno colpo di coda a cotanta sottomissione umana, che sia all’interno di un bar, di un centro di detenzione, di un self-service, di un’edicola, di un distretto di polizia o di un interno di una casa qualsiasi apparentemente disabitata, come l’intera Centerville, del resto.

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