RomaFF14 – Motherless Brooklyn

Il detective privato Lionel Essrog, affetto dalla sindrome di Tourette, spiega alla protetta Laura Rose, mentre la accompagna in automobile al suo locale ad Harlem, le assurde e imprevedibili conseguenze della sua malattia. Come se una parte del cervello se ne andasse a zonzo per conto proprio, abbondando in offese personali corrispondenti a scovare il sottaciuto, nell’integrità di una forma anarchica di riabilitazione alla coscienza. Lo fa seriamente ma Laura sorride. La sua malattia la fa sorridere. Poi, coinvolge Lionel in un passo a due di ballo, all’interno del suo locale, mentre i fratelli neri la guardano ombrosamente di sottecchi. Nel locale suonano musica jazz, stile Miles Davis con sprazzi alla Ornette Coleman, e Lionel prega Rose di approfondire le indagini in corso sul retro, poiché non sopporta il fatto di non poter controllare la sindrome nel bel mezzo delle altre persone presenti nel locale affollato. Laura dice che non fa niente, lo coinvolge così nel ballo e poi quando rimane da solo, Lionel, sentendosi sotto stretta osservazione, comincia a dare i numeri, dialogando letteralmente con la musica jazz del trombettista che si dice essere quelle più forte in circolazione. Assonanza con dissonanza della sonata in atto. Una scena madre che rivela quanto nel film scritto e diretto da Edward Norton, abbia un ruolo chiave la musica, il jazz e le sue traiettorie imprevedibili. Come il noir, i sobborghi di una città qual’è Brooklyn che senza una madre putativa cerca la responsabilità degli abusi edilizi e della criminalità organizzata in un solo padre, ma padri e patrigni sono tanti, troppi, e questo Lionel lo sa bene, lo comprende subito. A molti strappa un sorriso, molti altri non sopportano la sua malattia, ma Lionel è tutt’altro che su di giri, nonostante sia costretto a ricorrere spesso e volentieri alla marijuana per calmare quel substrato del cervello che lo punge e lo agita oltremisura. Lionel capisce che la battaglia deve essere combattuta quasi in solitudine e per la prima vittima, il suo amico Frank, mentre le derive tentacolari gettano la loro ombra, per via del classico abuso di potere, fin oltre il più banale privilegio su cui soprassedere. Ma quando c’è di mezzo un amico ecco che tutto prende una forma diversa, un colore più vario e tonalità molto poco rassicuranti. Edward Norton è Lionel, di nuovo superlativo dopo anni di “pausa” dalle interpretazioni indimenticabili, ma il Norton attore sopravanza un poco il Norton regista. Non gli riesce lo stesso con lo sceneggiatore: Motherless Brooklyn ha dialoghi brillanti, precisi, attenti alle esigenze del genere e della base di denuncia ed emergenza sociale. Pur senza grandi slanci creativi, la storia si concatena con esagitato fervore, in maniera robusta ma tradizionale. E quando la parolina magica detta all’ultimo soffio di respiro, a seguito del fattaccio delle prime battute, sembra pendere dalle parti del mistero cinefilo diramante da Citizen Kane ecco che automaticamente s’instillano, in ogni atto, ogni singola parola, ogni determinato concetto, persino ogni singulto emotivo, doppiezza di senso e possibilità. E questo Essrog/Norton lo sa fin troppo bene, nonostante quel pizzicare anarchico nel cervello della sindrome, nonostante il buono che comincia a percepire dalla donna che protegge, non una Formosa qualsiasi, ma una semplice, umile e bella donna di nome Rose.  

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