Roma FF14 – The Farewell

Nonna Nai Nai, seduta al tavolo imbandito secondo cerimonia, sorride. Sono a un matrimonio di due giovanissimi sposi. La famiglia Wang è a conoscenza della malattia mortale di nonna ma decidono di comune accordo di non dirglielo. Billi, sua nipote che vive in America, non è molto d’accordo con questa decisione. Quindi, sono al tavolo, mangiano e festeggiano, assistendo al rullo di tamburi, ai soliti discorsi di commemorazioni e ringraziamenti vari, a performance canore e comiche. Poi giunge il momento di un gioco che sembrano conoscere solo i cinesi presenti al tavolo, come parte della famiglia Wang. Chi perde, fa penitenza e deve bere vino. Tocca sempre allo sposo. Un canto di natura spirituale, lo stesso che odiamo in diversi frangenti del film, s’innalza al di sopra delle condivisioni dei presenti, dei festeggiamenti, delle risate, del pianto. Tutto si capisce e si consuma al contempo dentro quel ristorante, come in apertura a una sorprendente elegia funebre. Un quadro della famiglia Wang mirabile, del tutto concepibile, anche perché l’idea per il film deriva da esperienze familiari e di viaggio vissute dalla stessa sceneggiatrice e regista, al suo esordio nel lungometraggio: emigrata in America custodisce gelosamente lo scrigno dei sentimentali ricordi con l’affettuosa e spiritosa nonna Nai Nai. Il nucleo emotivo dell’interessante personaggio proviene direttamente da lì, dal vissuto dell’autrice. E si fa essenza del racconto nella misura in cui si attenua nell’essenza del linguaggio adottato. Un linguaggio docile, tenero, soave a tratti, in bilico tra dramma e commedia come nella miglior tradizione americana, quella del cosiddetto dramedy che riconduce alla memoria film dai toni simili come Voglia di Tenerezza e The Descendants. Il vissuto in terra americana, al pari della riverenza cinefila, formano così il tessuto umano e l’humus culturale del film. The Farewell tocca belle corde anche quando Billi passeggia con un membro di famiglia che si raccomanda di mantenere in serbo il segreto e lei non fa altro che ripetere “sì, lo so”, dispiegando una vena quasi comica in maniera straniante, rivelando anche influenze scandinave (Roy Andersson su tutti). Ma le tocca soprattutto quando ci racconta gli umani attraverso la descrizione degli interni delle loro case, delle usanze cinesi, dei paesaggi, degli uccelli dal mancato volo a planare. Lulu Wang lo fa per ricordarci che tutto ciò che ci circonda sta lì per raccontarci qualcosa e questo i registi non dovrebbero mai scordarselo, né tanto meno fingere che non esista e non ci condizioni. Emerge in maniera fin troppo mansueta ma perché dalla sua conserva la cognizione del piacere e del dolore.

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