RomaFF14 – The Irishman

Frank Sheeran è al telefono, seduto sul letto della sua camera. Cerca di tranquillizzare la moglie di Jimmy Hoffa. Lui sa che fine ha fatto Jimmy ma non riesce a dirglielo. Balbetta, è in crescente difficoltà. Non vuole ammettere una certa complicità. Smorza le frasi, quasi le decompone. Un blocco totale. Il senso di colpa. E tutto scorre, un bel pezzo di storia politica americana, frangente oscuro della contropolitica, nella mente e di fronte allo sguardo amaro dei personaggi che popolano il film. Sono tasselli della memoria, tessere di un affresco lapidario che Martin Scorsese popola di piccoli riti, gesti, sguardi, parole, azioni, silenzi che raccontano epidermicamente tutto un mondo. Frank Sheeran è al tavolo con Jimmy, attendono un poco di buono che in carcere ha aggredito lo stesso Jimmy. Il noto sindacalista non ne vuole sapere di scendere a patti con colui che ha etichettato con un “siete tutti mafiosi”. Jimmy non sopporta che qualcuno lo faccia aspettare e dice che in vita sua non ha mai atteso una persona per più di dieci minuti. Ne trascorrono quindici e il poco di buono si presenta strafottente e offensivo come sempre. La discussione degenera, anche perché l’essere sanguigno e turbolento di Jimmy non favoriscono un punto d’incontro. Frank tenta di salvare la situazione come può. A qualcuno Jimmy dà fastidio. Frank è il sottoposto di un poco di buono ancora più potente, un certo Russell Bufalino, colui che gliene dà notizia. E Frank fa quel che può per tentare di convincere Jimmy ad essere meno orgoglioso e non pestare troppi piedi. Ma niente, Jimmy non ne vuole sapere. Un momento di grande cinema anche questo, un istante infinitesimale di sguardi tra due icone dell’immaginario cinematografico mondiale, uno scambio d’intesa che non si tramuta in intesa. Frank è affranto, si studia Jimmy mentre si allontana dalla temuta scena dell’ipotetico crimine. Succede spesso in questo film che Sheeran/De Niro riveli cenni d’intesa con Hoffa/Al Pacino, tant’è che è stato lo stesso protagonista a suggerire a Scorsese il nome di Al per il ruolo di Hoffa. Un’intesa che passa attraverso tutta una serie di dialoghi, di scambi dialettici, sguardi posati, silenzi d’intesa. Sono spesso ammonitori invece gli sguardi che Hoffa distribuisce tanto ai suoi sottoposti, quanto ai suoi nemici. The Irishman ci consegna questi e svariati altri momenti memorabili, dove stavolta non è il montaggio (esemplare ne è comunque la struttura temporale) a regnar sovrano come nel memorabile Casinò, ma è la storia con i suoi personaggi e il trascorrere inesorabile del tempo ad emergere maggiormente, vicenda che annienta a poco a poco il corpo senza attenuare i pensieri, i ricordi, le emozioni infrante. Non è la saga criminale, con le sue gesta eroiche a innescare un meccanismo subdolo di fascinazione, è piuttosto la camera mortuaria di un genere, quale il gangster-movie, a rivelare i suoi morti, gradualmente e poi di colpo uno a uno, come una inabissale deriva funebre. Inevitabilmente, The Irishman finisce per essere anche il canto del cigno di un grandissimo regista e di tre grandi attori, di cui almeno due enormi, Al Pacino e De Niro. Si ha la forte impressione, specie nella seconda parte del film, quella più densa di scene memorabili, che i ruoli consegnati da Scorsese ai due, siano il sunto dei loro migliori personaggi portati fino ad allora sul grande schermo. Joe Pesci/Russell Bufalino sembra invece sottrarsi alla parata interpretativa, lavorando più in sottrazione di quanto era abituato a fare. Per certi altri aspetti, quasi impossibile non pensare anche alla parabola interna a quel C’era una volta in America che tanto ha segnato l’immaginario cinefilo, specie degli amanti di Bob De Niro. Ma al di sopra di tutto, vi è la consapevolezza critica ed esperienziale di uno dei più grandi registi americani che non finisce mai di stupire, anche quando sembra prendere traiettorie anomale, spiazzanti, stavolta anche all’interno dello stesso film. Se la prima parte sembra progredire cautamente, poi invece del carnevale degli orrori mafiosi, Martin sceglie l’assolo dell’assottigliamento della vecchiaia e dell’avvicinarsi inesorabile della morte. Lo stampa morfologicamente sul volto e sul corpo di De Niro. Una preghiera in solitudine sulla soglia del dolore. Lui che rimane l’unico in vita dei tanti, degli innumerevoli testimoni. Uno dei tanti, troppi mafiosi. Perché in fondo, in fondo, Jimmy Hoffa era un brav’uomo. Era.

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