A Rainy Day in New York

Il romantico proposito di un week-end a New York, per Gatsby e Ashleigh, fidanzatini da college, va in fumo quando dovendosi separare per intenti lavorativi, una serie di circostanze li allontana dal fulcro del loro viaggio dall’Arizona. Ashleigh deve intervistare Pollard, un tormentato regista in conflitto con lo sceneggiatore e con il produttore del suo nuovo film, finendo per imbattersi in una serie d’incroci apparentemente casuali con personaggi dell’ambiente, fra cui un divo spagnolo a cui piace flirtare con chiunque, sfruttando la propria fama. Gatsby, contemporaneamente, ritrova la sorella della sua ex fidanzata sul set arrischiato di un amico e perde poi tempo a girovagare senza una meta precisa – affranto si lascia andare alla fitta rete delle scommesse clandestine col poker, lui giocatore incallito che svaluta l’importanza del denaro al contrario della sua famiglia. Scopriranno entrambi che a volte nella vita si può imparare molto dagli stessi ambienti che s’intende frequentare. Ashleigh parte da Manhattan per poi confondersi, consapevolmente, nella borghese nonchalance intima alla Grande Mela, quella dei lustrini e delle feste di supporto ai taciti accordi di potere; Gatsby percorre in lungo e in largo la New York più romantica, quella dei sobborghi e delle vibrazioni artistiche, idonea a chi cerca di conservare in sé un sano spirito nomade, anche per tenersi a debita distanza da un futuro costruito ad hoc. È il principio del distacco, l’inconciliabilità di una divergenza in corso d’opera che avviene tra due immaturi filosofi dell’occasione facile. Il contesto e il contorno sono semplicemente il riflesso di Ashleigh e Gatsby. A partire proprio dai nomi che Woody Allen sceglie di donare ai suoi nuovi e per certi aspetti vecchi nostalgici personaggi, si evince il desiderio di raccontare una storia dalla forte impronta romantica, nel ricordo di un’epoca – nella fattispecie ci si riferisce ai film a cavallo tra gli anni ’30 e ’40 – che ha rappresentato l’apoteosi del cinema classico americano, della maturazione della commedia sofisticata dei protagonisti di tale genere: George Cukor, Preston Sturges, Leo McCarey e dell’esule Ernst Lubitsch, prima ancora di Billy Wilder e parallelamente allo sviluppo della screwball-comedy del genio di Howard Hawks. Ma anche all’amore per i noir fumosi e romantici che non a caso vengono citati in un paio di dialoghi del film, nel quale lo sceneggiatore e regista inanella una serie di situazioni imbarazzanti contenenti battute fulminanti, secondo l’imprinting della situation-comedy, nell’armonioso tentativo di equilibrare pezzetto su pezzetto, frammenti di passioni, ossessioni, amorevoli cure innestate nel lungo percorso filmico del suo autore.

Sotto questo aspetto, A Rainy Day in New York, anche per la perfetta armoniosa sintesi di montaggio,si palesa come il suo film più riuscito almeno da dieci anni a questa parte, quello in cui la sua visione poetica del caos relazionale è ben innervata tanto nel contemporaneo, quanto nella visione nostalgica personale per un passato impossibile da recuperare, a dimostrazione dell’attuale decentramento di valori e del fitto zibaldone di sapori. Dal punto di vista visivo lo supporta ancora Vittorio Storaro, capace d’illuminare e di oscurare gli ambienti con oculatezza,  a secondo del mutare degli stati d’animo degli attori, alternando luce calda virante sull’arancione con tonalità più fredde come l’azzurro turchese tendente al blu notte. Sotto l’aspetto dei contenuti, Allen non disdegna un filo di sottile vena critica nei riguardi dell’ipocrisia femminile post “metoo” e della tendenza scandalistica con finalità manipolative del giornalismo di regime, guardandosi bene dal distillare intenti polemici verso il femminismo, grazie al suo proverbiale umorismo, nuovamente sugli altissimi standard dei suoi film più riusciti. Fra gli attori che più e/o meno hanno finito per prendere le distanze dalle voci sul suo conto, ne figurano tanti altri noti e piuttosto bravi, per la prima volta Jude Law, Thimothée Chalamet, Elle Fanning, Selena Gomez, Liev Schreiber, Diego Luna, Rebecca Hall per la seconda. Del giovanissimo protagonista qualcuno a un certo punto dice: “E’ un tizio romantico che si commuove facilmente, tanto ai matrimoni quanto ai funerali”. E lui ribatte: “Con le stesse motivazioni”. Ecco, il famigerato giorno piovoso a New York, quello nel quale doversi nascondere lontano da una furba e dispersiva fidanzata, si manifesta nell’esemplificazione del principio e della fine di un ideale di romanticismo che è la premessa allo scoccare della nuova ennesima, inattesa, opportunità di romantica prospettiva d’amore, una volta in meno al riparo dal polarizzante ombrello del lusinghiero manifesto che anticipa molto in conformità alla natura del film.

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