The Good Liar

Roy Courtnay e Betty McLeish si conoscono online, in un sito di appuntamenti per ottuagenari. L’incontro sancisce un sodalizio affettivo che fatica però a tramutarsi in vero amore, poiché Roy, scaltro truffatore con un passato burrascoso e oscuro, si pone come unico e reale obiettivo quello di prosciugare il cospicuo conto in banca della elegante signora. In supporto di Betty interviene colui che lei presenta come nipote, Steven, investigatore neanche tanto improvvisato e in incognito. Quando arriva il momento del compimento del piano criminale, la scelleratezza figlia dell’imbarazzo colpevole ingarbuglia i sottesi piani.

Incredibile la disinvoltura con cui Roy, svela poco a poco la sua vera natura, nel coevo tentativo di nascondere le malefatte della Storia, nell’indegna sepoltura dei raggiri in seno alla Frode assistita.

Lo sceneggiatore e regista Bill Condon che qui dirige su sceneggiatura di Jeffrey Hatcher, dal romanzo di Nicholas Searle, impianta le modulazioni dell’inganno sul servizio sofisticato ed eccellente del concilibile duo formato da Ian McKellen ed Helen Mirren, nei ruoli corollario della loro lunga carriera che li vede, non a caso, eminenti scespiriani, primari interpreti del teatro inglese.

Quello che il regista inglese dispone sul grande schermo è un intricato romanzo di finto amore dove il peggio della storia torna a galla, passando con audacia dalle traiettorie del film di genere spionistico a quello melò, fino al teso ribaltone thrilling che offre un risvolto della mascherata complessiva piuttosto spiazzante e intrigante, proprio per la maniera in cui viene raccontato. Merito soprattutto della sceneggiatura di Hatcher, particolarmente ingegnosa e ben costruita, grazie alla quale Condon struttura una potente storia di meditata vendetta secondo la tipica disposizione partitica della partita a scacchi che fa pensare tanto al Mankiewicz di Sleuth, come la caratterizzazione luciferina di McKellen fa ripensare a quella magistrale di Laurence Olivier, nel ruolo di Christian Szell, nel capolavoro The Marathon Man.

Ascesa e discesa nell’ingannevole mimetismo. La prima parte del film si snoda secondo direttive classiche, apparentemente tradizionali, nonostante la doppiezza insita in alcuni dei personaggi principali, emerge dentro la capacità di descrizione di dettagli da tenere bene a mente ben prima della risoluzione dell’enigma.

Le mani quasi tremano e la trama sottopone il passato e la memoria a delle verifiche, tant’è che i flashback hanno un respiro di media capacità di sintesi, non aggrovigliano più di tanto, non sommergono la svolta principale di rivoli ingiustificati. Tuttavia finiscono per renderla particolareggiata e all’apparenza confusa. Questo secondo il principio dei grandi scrittori, differente da quello dei grandi cineasti (Hitchcock per primo in questo frangente) che designavano la narrazione attraverso il basilare principio di segmentazione del linguaggio cinematografico. Segmentare per indagare la natura micro e macro-scopica del cinema.       

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