Portrait of a Lady on Fire

Ci adagiamo nel 1770. Alle donne non è permesso dipingere uomini. Lo fanno di nascosto, sotto copertura. Lo fa Marianne, sguardo vivido, bella pittrice di gran talento, ingaggiata per il ritratto di Héloise, giovane donna che ha da poco lasciato il convento in ottica matrimonio di convenienza. Nel rifiuto di tale coercitiva obbligazione, la ragazza si rifiuta di posare. Marianne potrà quindi dipingerla di nascosto, fingendo di essere la sua dama di compagnia, su suggerimento della Contessa. Ma fra Marianne ed Héloise diventa tutta una questione d’incandescenti sguardi. Un bisogno travolgente di amore le unisce e al contempo le divide. Tutta una questione di sguardi, stigma di cinema vigile e fiammeggiante d’arazzi di suprema bellezza compositiva.

Quello che Céline Sciamma (Tomboy) mette su per immagini è un folgorante e magico esempio di cinema densitometrico/pittorico, di ragguardevole tensione erotica, vibranti sguardi, sospiri spasimi, silenzi. La sceneggiatrice e regista francese dispone due protagoniste – più due ulteriori presenze femminili e un solo attore nell’ottica di un cast ai minimi numeri – su due magnifiche presenze femminili, due solitudini, a favore di un cinema di pura e incantata osservazione. Un cinema quasi del tutto privo del commento musicale, capace di generare armonia attraverso i movimenti dei corpi, i tenui spostamenti di macchina, contravvenendo alla regola secondo la quale nei film in costume l’enfasi è data dalla musica e dalla travolgente esternazione della passione che scatena e stravolge.  L’attenzione alle inquadrature, alle sublimi pose estatiche, ai colori dei costumi e delle scenografie (un castello elegantemente abbandonato e lo sconvolgente circostante paesaggio marittimo) staglia il film dentro un’aura ammaliante di disposizione cinefila nei riguardi di una serie di opere a cui non si può non pensare d’istinto: la posatezza spogliata de La Marchesa Von … di Eric Rohmer e l’impasse sentimentale di stampo scenico de La Donna del Tenente Francese di Karel Reisz. Similitudini di colori saturi, passioni dirompenti represse dal costume della società dell’epoca che inevitabilmente si riflette sul presente. Innumerevoli le scene e gli istanti a rimanere indelebilmente impressi nell’arco del film, di un’opera di grande raffinatezza che non si limita a un discorso femminista, anzi lo tiene a bada con oculatezza, evitando verbosi proclami. Si parla, si dialoga solo quando è necessario e con estrema essenzialità. Oltre agli sguardi evocativi, detonanti, fra le due magnifiche Noémie Merlant e Adèle Haenel, poco conosciute al grande pubblico, specie a quello occidentale, e in sicura rampa di lancio, a rimanere impressi nella mente  osserviamo esterrefatti anche i gesti, volti a rivelare una predisposizione d’animo, le evocazioni oniriche fulminanti che come istantanee della memoria perturbano l’immaginario cinefilo con bramosia, in un trapiantare e riordinare suggestioni che è porsi nei riguardi del tempo interno alla tecnica della ritrattistica e della pittura. Il film conserva in sé un suo ritmo interno, al quale ci si abitua progressivamente, certo, non senza sforzi per il pubblico medio, abituato a scambiare il ritmo per la velocità. E rapidità di sguardo, d’istinto di osservazione vale a svelare anche una prossemica calma allo studio dei particolari. Prossemica come studio della prossemica, vale  a dire delle distanze intercorse, destinate a fluirsi vicinanze.

La Sciamma mette a fuoco le sue interpreti con una regia impressionista ed espressionista, ce le consegna allo sguardo attento e indagatore del particolare come se ci si trovasse al di là dello spioncino di una porta serrata a chiave. Il fuoco che arde e il crepitare interno al camino della legna, le fiamme che divampano su vesti di polivalente spessore, esattamente a significare che la passione divampa sconvolgendo i piani imposti, la poltiglia carbone insinuata nella cavità ascellare come una vulva in calore che non vede l’ora di essere esplorata ed osannata, quei baci che profilano salivari filamenti di vita (Kechiche tutto sommato insegna), l’incanto di sguardi vividi che rivelano un evanescente universo interiore, anticipazione di quello astratto e onirico, pronto a posarsi sulle disillusioni come un avvoltoio in piena luce diurna, infatuandone le terminazioni nervose.

Ritratto della giovane in fiamme è una terapia intensiva e rigorosissima contro le distruttive frenesie del contemporaneo, un quadro in moto pacatamente divelto, dal quale si può arrischiare un parere più che favorevole, riconoscimento al più grande film mai diretto da una regista donna. Un film di donne a detrimento del totale interesse a favore delle stesse. È la vita, è il pulsare delle implosioni a regnare sovrano, fino all’ultimo sussulto, infine, in braccio a una sinfonia, l’unica, di turbinoso, distanziante dolore.

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