Sorry We Missed You

La famiglia Turner è riunita al tavolino di casa. Ricky, il capofamiglia, è disperato perché rischia di perdere il posto di lavoro a causa di una bravata di suo figlio Sebastian, e mentre la moglie di Ricky, Abbie, cerca di mantenere calmi gli animi, la piccola Liza, rivela sorprendentemente la verità dietro all’apparenza. Il regista l’ha tenuta nascosta per generare reale stupore nei genitori e nel fratello della piccola Liza Jane, non a lei stessa che era l’unica a saperlo. Un approccio che non è poi tanto nuovo per Ken Loach che nonostante il sodale rapporto storico con lo sceneggiatore Paul Laverty, ha spesso evitato di mostrare la sceneggiatura per intero al cast, facendo sì che gli attori arrivassero sul set, spesso e volentieri, senza una solida linea direzionale, favorendo una maggiore spontaneità nella libertà di espressione, derivante anche da scelte di volti perlopiù misconosciuti o rintracciati nella working class britannica. La classe dei lavoratori, quella alla quale così spesso si rivolge Loach, la schiera dei bisognosi che fatica ad arrivare a fine mese a causa di sacche di profonde diseguaglianze sociali, in un processo di smascheramento dei privilegi del potentato, sovente destabilizzante.

Non è da meno Sorry We Missed You che prende in esame lo sfruttamento dei corrieri da parte di una ditta in franchise, scandagliando, tra la consegna di un pacco Amazon e altro, i travagli interiori e fisici di un genitore assente a casa, assente nell’educazione dei figli, pervaso da sensi di colpa per via di una serie di debiti concatenatesi a causa di circostanze avverse, i quali sente di dover riparare. Nasce da lì, da quel grumo di rabbia e rammarico che Ricky compie il suo percorso di dolore, un po’ come Daniel Blake, nel potente film precedente girato sempre a Newcastle, uomo a caccia di salutari e necessari sussidi e indennità di sopravvivenza. Ecco, si torna spesso a parlare di dover sopravvivere, come se fosse una tappa obbligata nell’esistenza di certe persone escluse dalla cerchia dei privilegi più e meno grossi, sempre nella lente d’ingrandimento d’attivista politico e giustiziere sociale che Ken Loach si porta appresso da quando nel 1991 con Riff Raff cominciò a essere riconosciuto in tutto il mondo come portabandiera d’analista del mondo del lavoro.

L’ennesimo miracolo di autenticità contestuale all’ambiente, agli snodi narrativi, alle scelte interpretative e alla loro cruciale verosimiglianza che fa così tanto empatizzare con i personaggi. A rimanere impresso è proprio il volto di Ricky, di un certo Kris Hitchen, affacciatosi ai casting dopo lunghi anni di esperienze lavorative simili, e dopo ben 4 step di provini prima di riuscire a ottenere la parte. Quei capelli e quella barba rosci e i segni sul collo, sul viso, attorno agli occhi e a quella bocca che ha sempre a forza trattenuto parole dure ed emotivi smottamenti. Il tono oscilla di nuovo tra la commedia e il dramma, non mancano come sempre battute e riferimenti al calcio e alle squadre di Manchester, al pari dell’autodistruttiva deriva che i personaggi dei suoi film lambiscono per mezzo di azioni e reazioni verso le quali calamitano inesorabilmente. Ma c’è sempre un appiglio a cui aggrapparsi, anche quando tutto sembra rivoltarsi contro l’ordine che d’altronde non è mai prestabilito. Il linguaggio adottato è trasparente, diretto, non un movimento di macchina inutile, né una concettualità estetizzante del cinema, un discorso filologico del tutto a favore del messaggio sociale e degli attori richiamati a innalzarne la purezza, fortezza morale e dialogica. Loach sa assestare dei precisi pugni allo stomaco e la sensazione è che più passano gli anni e maggiore è la consapevolezza nella riuscita di tali colpi, complice una freschezza genuina ed essenziale di montaggio che sembra adattarsi sempre meglio alla sua indispensabile parabola di cinema, capace anche dietro una programmaticità di base utile a solidarizzare sempre e comunque con i più deboli, qualsiasi azione essi compiano, di elevare il proprio discorso politico al di sopra delle classi sociali.

 

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